Romano Bilenchi

Qualche motivo in ordine sparso per (ri)leggere Romano Bilenchi, uno dei maggiori scrittori contemporanei legati a Firenze, e in particolare i tre racconti lunghi che compongono Gli anni impossibili, edito a Milano da Rizzoli nel 1984.

I titoli nascono per condensare e suggerire. Qui paiono concepiti per infierire, evocando la densità di un black hole e il peso specifico del piombo. Come se non bastassero i nostri, di “anni impossibili”.
Ma fermarsi ai titoli, specie se penso a La siccità, La miseria e Il gelo, farebbe di me una lettrice masochista e un recensore sadico, e la memoria dell’autore sarebbe legata più che altro a possenti attacchi di gastrite.
Fidatevi, vale la pena di andare oltre.

Gli anni impossibili è una speciale “trilogia di formazione”, costruita su un telaio di vicende che i titoli dei tre racconti – senza esaurirle – sintetizzano perfettamente. Protagonista assoluta è la soggettiva del narratore, giovanissimo adolescente tra i borghi e le campagne di Toscana: una scossa dopo l’altra il bambino cresce, il suo orizzonte si amplia, mentre la viva percezione che ha degli affetti, e del mondo in genere, si fa più complessa e realistica. Leggere questo libro vuol dire andare alle radici di un’esistenza e disporsi ad ascoltarla mentre prende forma.
Ciò non significa che il racconto sia povero di fatti, privo di azione o di episodi sorprendenti; piuttosto, direi, è questione di priorità. Con le parole di Bilenchi stesso: “…Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza.”
In questa prospettiva, i primi due racconti potrebbero considerarsi capitoli successivi di un’unica storia, mentre il terzo – scritto a distanza di quarant’anni – sembra piuttosto riaprire il discorso, una nuova finestra sul medesimo paesaggio geografico ed emotivo.

Ciliegina. Data una simile forza d’introspezione, sarebbe lecito temere il peggio: affondi lirici, nostalgie a go-go, l’ingresso al galoppo del Paladino dell’Infanzia Perduta… Invece niente. Sollievo. Bilenchi non si compiace, odia straparlare; la sua prosa – tipicamente asciutta ed essenziale – qui si presenta ulteriormente “ripulita” rispetto alle edizioni anni ’40 dei primi due racconti. Rarissime sono persino le concessioni al dialogo. E tuttavia, tanto rigore non risulta arido né impietoso, ma al contrario spesso capace di vera poesia.
È solo che in una frase sei lì dove l’autore ti vuole, e altro non serve.

Note

Gli anni impossibili raccoglie lavori assai distanti: La siccità e La miseria escono infatti a Firenze nel 1941, dopo Conservatorio di S.Teresa (1940, da molti considerato il capolavoro di Bilenchi), mentre nel 1982 appare a Milano Il gelo. Gli anni impossibili dunque si estende su un arco di quasi mezzo secolo e sa restituire, come poche altre opere, l’evoluzione personale e stilistica del suo autore.

Il volume si trova attualmente in commercio nell’edizione BUR 2001.
C’è poi una via alternativa, che può sempre valere la pena quando la voglia di leggere supera il desiderio (o la possibilità) di acquistare, e che inizia QUI.

Su Romano Bilenchi (1909-1989), nato a Colle Val d’Elsa e trasferitosi giovanissimo a Firenze, scrittore e giornalista, uomo di personalità complessa e forte autonomia intellettuale, trovate QUI e QUI due link utili per approfondimenti.

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Federica Pagliai

Senese di nascita, fiorentina di adozione, girovaga per necessità e per piacere, lettrice in ogni caso. Collabora da alcuni anni con la facoltà di Ingegneria dell’ Università di Firenze, occupandosi di sicurezza sul lavoro e di formazione. Studia filosofia presso lo stesso Ateneo. Amante irrequieta e curiosa di quasi ogni forma d’arte, praticante (in sogno) di alcune, ha contribuito a fondare nel 2011 l’ associazione culturale Arseniko. www.arseniko.it