di Alessandro Bezzi

Una città plasma chi la vive: per gli affetti e le relazioni che si costruiscono col tempo, certo, ma anche in modo più profondo. Ti cambia il carattere, e la tua idea di città fi­nisce con contaminarsi con il tuo modo di guardare le cose. La città ti trasmette parte della sua identità, e mentre tu racconti com’è Firenze confondi un’idea con la realtà, e la storia della tua città con la tua.
Forse, è quello che accade con qualsiasi cosa che si ama ma alla quale rischiamo di abituarci: a un certo punto la compenetrazione è così intensa da non sapere più chi sta “forgiando” l’altro. L’abitudine fa il resto: stando accanto alla bellezza si rischia di non percepirla più, e si diventa quasi indifferenti. Non ci si accorge di quello che si ha vicino, e anzi se ne diventa i principali critici: probabilmente è proprio questo a rendere noi fiorentini tanto polemici.
E’ difficile stare lontano da Firenze. Ma è anche difficile viverci. Ogni giorno sembra farsi sempre più a misura del turista e un po’ meno adatta a chi la vive. Più preparata a una gita che alla vita quotidiana, come una modella impegnata in una sfilata che si ripete ogni giorno, a uso e consumo di un guardone occasionale. Mentre tu, che la conosci davvero, sei quasi annoiato dalla sua ostentata bellezza, e cerchi una ragione per continuare a starci insieme.
Mentre passeggio per il centro, mi accorgo che è sempre meno mio, e che mancano veri luoghi di incontro e aggregazione. Quasi ovunque, prezzi gonfiati per abbindola­re qualche ricco turista, e per tenere lontani giovani che avrebbero voglia di vivere la città ma finiscono per rimanerne fuori. Un museo a cielo aperto, perfetto per esibire il sorriso in una cartolina e rimanere nell’immobilismo anche dopo il flash di una fotografia. Dove la vivibilità è sacrificata in nome della visibilità da spot, in un eterno presente che paralizza la città e assopisce chi la vive.
“Firenze Santa Maria Novella
sogna
povera ancora di vergogna
sembra lo specchio
della sua città”
Sembra che non sia possibile conciliare modernità e vivibilità: a Firenze ogni novità è guardata con scetticismo, quasi con astio: già il Vasari raccontava la diffidenza dei fiorentini verso la Cupola del Brunelleschi, che secondo molti non poteva reggere. La perplessità ha resistito e si è rinsaldata nei secoli, anche grazie a interventi effettiva­mente discutibili come l’abbattimento delle mura o la ricostruzione durante il ven­tennio fascista del quartiere di Santa Croce, ora così diverso da come lo raccontava Pratolini. Se a questa atavica diffidenza sommiamo i (legittimi) timori per un futuro sempre più incerto, è sensato guardare con perplessità anche i cambiamenti che han­no investito più recentemente la città. Ma sembriamo capaci di rispondere al secolare immobilismo solo con un nuovismo tout court: fatto di grandi eventi che richiamano l’attenzione ma non migliorano la quotidianità; di negozi Apple al posto delle libre­rie; di cantieri infiniti per grandi opere tanto costose quanto discutibili. Nessuna idea di città, nonostante le opportunità infinite che potrebbero darci la storia passata se coniugata alle opportunità tecnologiche e alle necessità sociali di oggi
La chiusura o lo spostamento di poli culturali hanno tolto ai fiorentini una delle ragioni che li rendevano frequentatori assidui di un centro sempre più intasato dal turismo mordi e fuggi. Chiudono librerie storiche, come Edison e Marzocco: schiac­ciate dal mercato, così come i piccoli negozi oscurati dai grandi nomi della moda, che possono permettersi le costosissime vetrine del centro. Intere facoltà si spostano in periferia, e migliaia di studenti smettono di vivere Firenze, limitandosi a frequentare qualche asettico palazzone universitario. Dove non si respira più il passato cittadino: e dove l’aggregazione e il confronto si fanno remoti, come la speranza di tornare a fare cultura. Scompaiono gli artigiani, perché si è persa la cultura del lavoro e non ci sono più ragazzi che vanno a imparare il mestiere in bottega nei vicoli di San Fre­diano.
“Si sfratta l’artigiano,
si sfratta San Frediano,
ma i mali tuoi Firenze dimmi chi li sfratterà…
E vale la pena rimanere a Firenze, quando un’incertezza cronica domina la tua vita? Quando il precariato è diventato condizione di vita? O piuttosto meriterebbe azzar­dare un salto nel vuoto e lasciarla per un luogo meno confortevole ma più ospitale? E’ difficile inventarsi un futuro per un giovane oggi; è difficile trovare lavoro, è impossi­bile pretenderlo sotto casa. E se una città come Firenze è la tua culla, diventa maledet­tamente difficile cercare una meta che sia all’altezza. Incapaci di trovare un futuro, ci culliamo con i ricordi di un’infanzia oramai lontana, in un’eterna adolescenza che non riusciamo a scrollarci di dosso. Tra lavori e amori precari, il futuro è un’inco­gnita minacciosa, come quello di una città che non riesce a rinnovarsi: e mentre il mondo corre, continua a ripensare ai bei tempi andati, e a guardarsi allo specchio.
“Bianca stella dell’universo dell’inutile
Firenze sogna e sogna Firenze
Qui non c’è più spazio vita, solo offerte modeste
Quello che chiami dialogo è un delirio allo specchio…”
Firenze è la meta a cui si dovrebbe approdare, non il punto da cui partire. Uno se ne va comunque, perché la voglia di cambiare e scoprire il mondo è ciò che caratterizza l’uomo, ma sa già che non troverà niente di meglio. E torni a farti cullare da una città che ti abbraccia, come una madre protettiva. O come le spire di un serpente. Un’o­vatta comoda dalla quale sembra insensato andarsene, perché segretamente sai che non c’è un posto migliore. Ma dove non ha neanche senso rimanere, perché sai che difficilmente ti sentirai appagato.
Firenze sogna, e noi facciamo lo stesso.

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