Dove eravamo rimasti? Ah sì: se una notte d’estate ululando..
Vabbé in realtà era mattino inoltrato e l’incontro con Tatanka Yotanka, meglio conosciuto come Toro Seduto, fu assai cordiale.
Egli mi vide apparire come un prodigio da una nube probabilistica materializzatasi a pochi passi dal torrente ove si era recato per lavare alcune noci di cocco cadutegli in testa mentre cantava fra sé e sé “Eya-heya-heya Eya-eya-eya”.
Tatanka Yotanka, come mi vide mi squadrò da capo a piedi e poi, massaggiandosi il capo con una smorfia, brontolò in un insolito toscano dell’entroterra:
– Il cocco ..e m’ha fatt’un “capo così”!
Da dove provenissero le noci non seppe dirlo, da dove invece provenissi io non parve importargli troppo perché, pur senza sorridere mi rivolse uno sguardo amichevole e con un ampio gesto della mano aperta mi invitò a spaccare con lui le noci a cornate.
Beh, in effetti che altro ci si può aspettare da uno chiamato Toro seduto? Se non il prendere a cornate le cose?
Io rifiutai ma lui insisté così forte (apache) che non potei declinare.
Ed egli allora prese un cocco nella mano invitandomi a colpirlo insieme a lui con la fronte.
Ci mettemmo così in posizione, bruciammo erbe sacre, danzammo in circolo, inciampammo più volte rotolando nella polvere, poi il Capo dette l’ordine fatale!
Accadde tutto in un istante: mentre io e lui (io riluttante lui ben sicuro) convergevamo verso la noce per spaccarla con una testata, all’improvviso, chissà perché, dal cielo cadde un altro cocco centrando il povero Tatanka in pieno cranio e, a causa della gran botta, la noce che reggeva ben salda gli sfuggì di mano.
Così, avvenne che, a causa della spinta inerziale, i nostri crani si incontrassero esattamente a metà strada proprio lì dove un tempo c’era il cocco fatale.
Il “frontino” fu terribile e il tuono che ne scaturì spazzò la valle, le balle di fieno, i lupi, e le tipiche tende locali, i tipì, volarono via nel vento portando con sé nativi, mocassini e calumet.
Quando riprendemmo conoscenza, Toro Seduto mi raccolse da terra e ringraziò onorandomi con il nome di “Cranio Tonante” e volle poi farsi ritrarre prima che la mia faccia stampata sulla sua si disperdesse.
Nel fare la foto chiesi al Grande Capo se mi poteva reggere l’impolverato manifestino di tuttaFirenze.
Ed è così che ancora oggi si può vedere nell’immagine che segretamente vi mostro, segni concreti del nostro (im)patto d’amicizia.
Porto ancora con me un po’ di quella polvere.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.