Palazzo del Bargello

Palazzo del Bargello

“Allora la vedova scaltra disse fra se: Io sono a cavallo, ed è bell’e fatto il becco all’oca e postasi a tagliuzzare in sottilissime strisce un bel cuoio di Bue”. Così scrive Camillo Terreni nella sua “Cicalata in lode al bue” nel 1808.

“Fatto il becco all’oca” si diceva comunemente a Firenze e nel suo contado, per dire di una cosa che era già stata condotta al termine felicemente. Molti per risposta a questa affermazione aggiungevano la frase “e le corna al Podestà”, proprio per rafforzare il concetto.

Il modo di dire, oggi caduto in disuso, ha antiche origini che lo fanno risalire al Medioevo.

A quell’epoca in Firenze la figura del “gabelliere”, ossia colui preposto a riscuotere le tasse, era impersonata dal Podestà e dai suoi sgherri che, come sappiamo, risiedevano nel palazzo del Bargello.

Ovviamente ogni fiorentino era debitore, e non certo contento nel pagare ogni sorta di balzello che, di volta in volta, si inventavano i governanti. La soddisfazione quindi doveva essere tanta quando qualcuno riusciva nell’impresa di gabbare l’esoso esattore.

Tanta era la contentezza che non poteva rimanere celata, ma non si poteva certo esprimere in maniera franca senza il rischio di essere scoperti. E così nasce una specie di codice: il verbo “gabbare” si trasforma in “fare” e l’aquila di pietra affissa sulla facciata del Palazzo del Bargello (che ne simboleggiava l’autorità), diventa un volatile più mansueto e anche un po’ meno intelligente: appunto l’oca.

Palazzo del Bargello - Interno

Palazzo del Bargello – Interno

Così, quando qualcuno riusciva a raggirare le imposizioni erariali, tutto soddisfatto e pieno di se trionfante diceva agli amici: “bell’e fatto il becco all’oca”.

Oltre a quella ora narrata, che riterrei la più verosimile, vi è però un’altra versione, forse maggiormente conosciuta, in cui si afferma che un non precisato Podestà aveva una moglie, probabilmente molto più giovane di lui, oltre che di gentile aspetto, predisposta anche a donare le sue grazie a qualcuno diverso dal consorte. Come sempre succede in queste situazioni il povero funzionario statale cercò di correre ai ripari dai danni che gli poteva causare l’indole stravagante della sua sposa, e così ordinò ad un fabbro di costruire una buona cintura di castità con una serratura oltremodo sofisticata. Ciò che non riuscì a prevedere fu l’astuzia di uno spasimante che trovò il modo di violare quella cintura di costrizione che sembra avesse l’aspetto, appunto, di un becco d’oca.

Il giovane portò così a compimento il suo desiderio con una tal gioia che non poteva celare e pare esclamasse con soddisfazione: “ecco fatto il becco all’oca… E le corna al Podestà”.

(Visited 1.580 time, 5 visit today)
Share

Dicci la tua

Maurizio Bertelli

Da sempre innamorato di Firenze e della sua storia, per diletto e passione scrive spaziando dalla saggistica si romanzi, fiabe, racconti, modi di cucinare sempre improntati sulla fiorentinità.

TESTTTTTTTTT

Bona Ugo