di Chiara Caparello

A dire il vero non sono sicuro che la taglia del cappotto sia proprio quella giusta. La foto di Halima che ho nel portafoglio non mi risponde quando le chiedo se è alta come nei miei ricordi di ragazzino e se è dimagrita ancora in questi ultimi 5 anni. Continua a guardarmi, triste, con gli occhi neri carichi di disapprovazione, mentre una Mogadiscio fantasma si agita sullo sfondo.
Gli occhi di mia madre non potrei mai scordarli, anche se pian piano il contorno sta sfumando nella mia testa. Quel suo neo che mi faceva paura da piccolo passa ogni giorno dall’angolo destro a quello sinistro della bocca. Eppure quella bocca la rivedo ogni giorno, quando mi guardo allo specchio. Mia madre è solo un viso di carta che i giorni corrodono, penso, cercando nei jeans che ho ancora addosso una foto consumata che tiro fuori per fissare anche per stanotte quello stupido neo. Mi scuoto dai ricordi e rifletto sull’evanescenza di un’altra forma familiare, la Somalia sul mio soffitto: deve essere per forza merito dell’ammoniaca. Ancora però l’odore non se n’è andato. Non vorrei aver intossicato Nur. Anche se, a giudicare da quanto sta russando, sembra abbastanza vivo. Dovrò chiedergli se per qualche giorno almeno può andare a dormire dalla sua ragazza, così intanto Halima viene a stare qui mentre io cerco una soluzione.
La soluzione deve avere un nome, e possibilmente un indirizzo. A dire il vero un indirizzo, per lo Stato italiano, Halima ce l’ha già. Ora me ne serve un altro, che possa stare comunque su un pezzo di carta, per spostare la residenza a Firenze. “Perché Firenze?”, le ho chiesto tante volte. La risposta è sempre la stessa: “Tuo zio ci ha studiato e tu ci abiti. E io verrò a lavorare con te in pelletteria”. Come far ragionare una madre che crede di conoscere l’Italia solo perché ha una cartolina del Colosseo appesa sul letto e perché il suo vecchio fratello le ha riempito la testa di storie? Non riesco a farle capire che la sua, di storia, deve cominciare con un documento. E che il ricongiungimento familiare non è per niente uno scherzo.
Non riesco a ricordare quando è cominciata la mia ossessione per i documenti. Forse quella volta che Margherita, con la sua solita semplicità, mi mostrò il suo passaporto, un passaporto europeo. Lo giravo tra le mani per scoprirne, col tatto, i segreti e accarezzavo quella copertina rigida e così rossa, sperando che un po’ di quella normalità si trasmettesse come un contagio dai caratteri dorati alle mie mani. Le mie mani. Conta un po’, Kalid, sulla punta delle dita quanti amici hai a cui chiedere ospitalità per tua madre. “Un dito da solo non lava una faccia”, te lo ripetevano sempre quando eri bambino, per farti capire l’importanza del clan. E allora… comincia a contare, Kalid. (segue giovedì prossimo)

Questo racconto fa parte dell’ebook prodotto nell’ambito del corso “LeggiMI! Scrivere ai tempi dell’ebook” (marzo-aprile 2013), realizzato dal Comune di Firenze in collaborazione con Il Cenacolo e EDA Servizi e rivolto ai giovani da 18 a 29 anni.

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