PugilePotrei parlare dei black bloc a Milano, ma non lo farò.
Mi pare di una banalità unica condannare gli atti di delinquenza e violenza. Oltretutto quando si ripetono con una facilità e una regolarità incredibili.
Mi pare banale anche il pensare che una reale volontà di impedire queste cose non ci sia.
Quindi sorvoliamo. Parliamo di altre botte.

In questi giorni la TV messicana è stata tempestata di spot il cui protagonista è un severo, infastidito, Sylvester Stallone che in varie situazioni e contesti, ammonisce un ragazzo che non rappresenta esattamente l’immagine del macho, dicendogli “hai bisogno di vedere più boxe”.
Sono spot realizzati dalla Tecate, nota casa produttrice di birra della Baja California, per pubblicizzare quello che, è evidente (non per me), rappresentava l’evento sportivo più importante di questo periodo: l’incontro fra Pacquiao e Mayweather.

Ah.
E.. chi sono?
Chiedo scusa agli appassionati di boxe ma è un mondo davvero sconosciuto per me.

Così oggi, dopo una meravigliosa giornata all’interno del MAM (Museo de Arte Moderno) in cui mi sono perso volentieri tra le foto di Tina Modotti, Edward Weston e Gisèle Freund, in mezzo ai quadri di Frida Kahlo, Diego Rivera, Siqueiros, Gerardo Murillo, ecc ecc, dopo aver giocato con gli scoiattoli (i parchi qui ne sono pieni), dopo aver fatto la spesa, sono tornato a casa ed ho acceso la TV.
Non la guardo molto, ma a volte, mentre cucino soprattutto, mi tiene compagnia.
Tempo di fare zapping fra 2 o 3 canali e tac! Eccolì, Pacquiao e Mayweather che si scaldano prima di gonfiarsi di pugni.

La grande sera è proprio stasera.

A questo punto, dopo gli spot Tecate, sono curiosissimo (eh già, la curiosità non è femmina e forse anch’io, al posto di Pandora, avrei aperto lo scrigno, ma questa è un’altra storia).
Dopo qualche secondo in cui vengono mostrati i due avversari nei rispettivi spogliatoi, la regia fa una carrellata sul pubblico: si notano Robert De Niro, Michael J. Fox, Adrien Brody, Jake Gyllenhaal, Michael Jordan, Magic Johnson, Charles Barkley, Paris Hilton, Beyoncé, Jay Z, Puff Daddy e moltissimi altri volti noti che non faccio in tempo a memorizzare.
Non ci sono dubbi, sono convinto anch’io dell’importanza di questo evento, se ha richiamato tanti VIP.
Resto sintonizzato e mi metto a preparare la cena, ascoltando in sottofondo le grida esaltate dei commentatori.
Ripeto, io e il pugilato non ci conosciamo neanche di striscio, figurarsi se avevo mai sentito parlare di Pacquiao o Mayweather. Se mi parli di pugilato penso a Tyson che morde l’orecchio di Holyfield o, più facilmente, mi pare di sentire una voce che grida: “Adrianaaaaaaaaaa!!”.
Ecco, questo è il pugilato per me, piccolo ignorante.

Ogni tanto tolgo gli occhi dalla braciola che cuoce e sta prendendo colore e li punto sulla tv e si capisce benissimo che il pubblico va in delirio per il filippino Pacquiao, rivolgendo fischi e risolini all’avversario. Effettivamente, solo a vederlo, Mayweather pare proprio il classico sbruffone spavaldo, nonché tamarro, pacchiano, maranza, truzzo e tutta quella serie di termini che nessuno sa da dove vengono ma che tutti capiscono al volo (perlomeno a Firenze).
Pacquiao con la sua t-shirt ride e saltella, si fa avvicinare da un fan e si scatta una foto con lui, Mayweather è statuario, serio, sembra arrabbiato, col suo cappellino da rapper e una giacchetta davvero sobria, in parte di color nero, in parte oro sbrilluccicante. Perché la finezza anche nello sport conta.
Vabè, tagliando corto, si percepisce l’esaltazione generale, tutti non vedono l’ora che Pacquiao assesti dei pugni sonori sul faccione di Mayweather per esaltarsi ancora di più. Il piccolo filippino che gonfia bene bene lo sbruffoncello è il finale che tutti già immaginano e soprattutto auspicano.

Eh.. Mmm.. Però non va proprio così.

Questo incontro che doveva essere quello “del secolo” risulta una noia mortale (dal mio ignorante punto di vista) e alla fine, per di più, il filippino perde.
Porca miseria, mi sento deluso anch’io.

Ma è una delusione che dura poco, la mia braciolina è squisita, saporosa e tenerissima.
Chissà se è stata presa a pugni da qualche pugile che si allenava in una cella frigorifero.
Mah..

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Sergio Lipari

Fiorentino, laureato in Industrial Design presso la Facoltà di Architettura di Firenze, non amo definirmi, forse perché non so come definirmi.
Sono viaggiatore e lettore, mi occupo di design, grafica e fotografia.
Ho due grandi passioni che mi accompagnano fin da piccolo e proprio non riesco a farne a meno: la chitarra e il LEGO.
Con quest’ultimo, mi diverto a interpretare e raccontare la realtà che mi circonda, in un esercizio che sta a metà strada fra il ludico e il serio.
Ho vissuto a Barcellona e mi reco spesso in Messico, dove ho lavorato e soggiornato per lunghi periodi. Amo Frida, Diego e il mezcal, che in una calda, stellata notte messicana mi ha regalato la sbronza che mai scorderò in vita mia.

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