Esiste una memoria senza odio? Riusciremo mai noi essere umani a comprendere il dolore senza trasformarlo in rancore? È l’11 settembre e come ogni anno ognuno sui propri profili social ricorda il proprio anniversario sottolineando che esiste un solo 11 settembre, quello Cileno o quello Americano. Non esiste un modo per celebrare insieme due episodi storici dolorosi. Come se non fossero morte persone innocenti in tutte e due le stragi, come se quei corpi che cadono nel vuoto ogni anno nei video che ricordano l’attentato alle torri gemelle debbano portare per sempre le colpe dei governi USA. O come se le quasi 100 persone morte insieme ad Allende nel colpo di stato fascista siano meno importanti.
Non riusciamo a pacificarci con i morti meno che mai siamo capaci di farlo con i vivi.

C’è chi ancora guarda con sospetto i tedeschi e gli austriaci che in queste ore accolgono i profughi alle stazioni, perché in fondo loro, quei mangiawurstel, sono gli stessi che 70 anni fa tiravano su i campi di concentramento e bruciavano gli ebrei. Non ci ci si può fidare, mai abbassare la guardia. Lo fanno perché hanno bisogno di nuovi schiavi, per opportunismo. Non siamo mai capaci di mettere un punto con la storia e il passato, la memoria ci fa male, perché non serve a pacificare mai. È una memoria che non insegna ma alimenta solo rancore.

E le parole con cui Scattone rinuncia al proprio mestiere d’insegnante dopo lo scalpore che aveva fatto la sua nomina ci dicono che non siamo ancora capaci di vivere in una società civile. Che abbiamo abolito la pena capitale per mettere su una pena di morte sociale, ipocrita e subdola, che non permette a uno come Scattone, e a molti meno famosi di lui, di ricominciare a vivere. In questo caso stiamo parlando di una persona condannata per omicidio colposo, che si è sempre dichiarata innocente, che potrebbe esserlo come no, ma che ha scontato interamente la pena che la giustizia italiana ha considerato giusta per lui e che dovrebbe riprendere la sua vita. Ma non è così.

Guardiamo giustamente con sdegno e superiorità l’America e la sua pena di morte ma ad oggi abbiamo creato un sistema di pena permanente dove dopo l’ultimo giorno di carcere comincia la punizione sociale che chiede dolore e sofferenza infinita. E difendere i diritti di qualcuno che ha commesso un crimine non significa approvare ciò che ha fatto e nemmeno ignorare il dolore delle vittime, no, significa opporsi al sentimento rancoroso e vendicativo che investe ogni conflitto che viviamo nella nostra società.
Significa dare un valore al sistema di diritti che abbiamo messo su.
Significa ammettere che siamo semplicemente esseri umani e che non abbiamo nessuna certezza se non quella che commetteremo diversi errori nelle nostre vite e che l’unica speranza che abbiamo è che questi errori siano piccoli e ignorati dagli altri. L’alternativa sennò è solo una, bruciamoli tutti.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.