L’appuntamento è per le 21 all’Obihall, per l’occasione “gremito in ogni ordine di posti”, come direbbe il buon Pizzul in diretta da uno stadio.

Il pubblico è decisamente in linea con l’età di Dario Brunori (40 anni tondi quest’anno), con picchi di giovinezza intorno ai 25, forse dovuti al passaggio sempre più frequente dei pezzi del gruppo su radio come Deejay.

In merito apro parentesi: o voi bimbe-minkia che decidete di spendere i soldi della paghetta di papà in biglietti di concerti di questo tipo, mi spiegate il senso di una serata passata a sbirciare instagram e whatsapp, facendosi selfie a culo di gallina, parlando ininterrottamente, senza mai interessarsi minimamente alla musica che vi circonda? Aspetto risposta e chiudo parentesi.

Un giovanissimo cantautore grossetano (di Vetulonia per l’esattezza), apre le piste e scalda l’ambiente.

All’anagrafe Lucio Corsi, è una singolare, gracile figura androgina, col suo vestitone di paillettes verdi, gli stivaletti da donna, e il lungo capello fluente, mescolati ad una voce acerba ma maschile, pulita, profonda.

Se sul momento il nome mi diceva poco, mi ritrovo invece a meravigliarmi di averlo già ascoltato live in passato, ovvero un anno fa a Grosseto, come gruppo spalla di Bobo Rondelli. Del resto, sono tutti scuderia Picicca.

La prima impressione è che il ragazzo sia decisamente strampalato: la chitarra che suona è appena udibile, il cantato è più un parlato, informa spesso sullo stato di avanzamento della canzone (“è quasi finita!”), e i suoi testi sono un universo quasi psichedelico di animali e lune a due facce; strampalato, sì, però lo ascolti. Certo, la sensazione è che i brani siano musicalmente un po’ tutti uguali, ma il suo verso “il vento è come il treno, poetico ma rompe il cazzo” mi strappa un sorriso, e mi viene da pensare che, tra qualche anno, con spalle più larghe e meno fragile insicurezza addosso, ci possa regalare gioie.

E alla fine arriva Dario (semicit.).

Scherza sul suo look da imborghesito (camicia e giacca che non so come

possa indossare per quasi tutto il concerto), rimpiangendo i bei tempi a

ndati in cui, cazzaro, sfoggiava camicie con ananas e palme nei primi live, e poi attacca con l’album nuovo, “A casa tutto bene”, suonato quasi per intero, con una parentesi centrale in cui tocca alcuni tra i suoi pezzi più noti e amati.

Canzoni che scivolano via come l’olio, in cui nostalgia e cinismo si tagliano col coltello, ma senza mai sfociare nel pessimismo, perché dietro l’angolo, eccolo lì, compare l’ottimismo. Perché “la realtà è una merda…ma non finisce qua”, e “il dolore serve come la felicità”.

Ci sono tutti gli affanni, le corse, le delusioni della nostra generazione: “il mutuo, il pensiero peggiore del mondo, che ho intorno”, così come il rompersi i coglioni, ma, àncora di salvezza, arriva l’amore: “c’è chi beve negroni / chi nemmeno un caffè / chi si è rotto i coglioni / di guardare Rai Tre / chi è partito e si è perso / e chi ha perso il partito / chi si sente diverso / chi non alza mai un dito [..] e tu la mia unica luna tra milioni di stelle / a tenere su la vita con un paio di bretelle.”

Arrivederci tristezza” , meravigliosa, se timida si affaccia con Dario solo al piano, esplode come un boato con l’aggiungersi degli altri 6 elementi della band, per salutare (senza dire addio) uno stato d’animo che, si sa, tornerà. Ma intanto godiamoci la tenerezza.

Cori, gente che balla (persino dei lenti), salti e risa, e lui che dal palco ci prende un po’ in giro, che questo entusiasmo è un po’ troppo eccessivo per un concerto di un cantautore, ed è giusto conservare sempre una certa tristezza di base che caratterizza il genere.

È un cabarettista Brunori, e in effetti il suo passato tour in cui alternava canzoni a monologhi lo ricordo come un esperimento riuscitissimo: fa ridere, fa ridere proprio tanto nel suo modo di porsi e di dire le cose, e sembra come quel compagno con chitarra alla mano che seduto intorno al falò ti racconta una stronzata e poi attacca con un pezzone strappa-cuore. Che poi è proprio questo il contrasto che mi piace, e che ritrovo anche in Bobo Rondelli: campioni di “grullaggine”, poi attaccano a cantare e col pezzo ti stendono.

Dopo un’ora e 45 circa, la band (composta da Simona Marrazzo – cori, synth, percussioni, Dario Della Rossa – pianoforte, synth, Stefano Amato – basso, violoncello, mandolini, Mirko Onofrio – fiati, percussioni, cori, synth, Massimo Palermo – batteria, percussioni- e Lucia Sagretti – violino) ringrazia e saluta, con Dario provato nella voce ma visibilmente euforico per il nostro entusiasmo. E via, dopo canzoni, balli, cori e sorrisi, si torna a pensare all’Euribor.
Che tanto, si può nascere un’altra volta se mi va, vero?

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Silvia Nanni

Pisana (atipica, adora Livorno) ma Fiorentina d’adozione, classe ’82 (mentre nasceva la nazionale di calcio esultava per la coppa del mondo), Copywriter e Social Media Manager (bei tempi quando i mestieri erano solo in italiano), ama la musica (canta in un gruppo acustico, i Brac), il teatro (lo fa da 15 anni), Parigi e Firenze, l’odore del basilico, i carciofi e ridere in compagnia.
Adora la musica live, ed è fermamente convinta che un concerto, a prescindere dal genere e dall’artista, valga sempre la pena di essere visto (si, ok, Gigi d’Alessio è un’eccezione).
Stare ferma la spaventa, da sempre. E il tatuaggio Born to run sulla spalla, parla da solo.
Ha da poco un gatto, Alfie. O meglio. da pochi mesi Alfie si prende cura di lei.