Dopo il “Sia la luce” arrivò il gas. E fu quello della Creazione.
Ed Egli vide che tutto ciò era buono e creò l’uomo.
Tanto per bilanciare il tutto no? La puzzetta di Adamo!
L’esplosione del Big Bang non fu accecante: i fotoni non si separarono dal plasma primordiale se non dopo un certo tempo, necessitava attendere l’espansione. Uscii dal tunnel circa un quarto di secondo dopo il Big Bang, appena in tempo per non vedere un accidente.
Ma i capricci eziologici della relatività non ci interessano: quel che accade poi fu scherzo del tempo, più che dello spazio. Non mi mossi di molto da dov’ero entrato nel worm-hole, perché apparvi e subito caddi dall’impalco sul quale il Buonarroti lavorava alla sua Creazione alla Sistina.
Era circa il 1511 in quel di Roma.
Purtroppo, nella caduta trascinai anche il Maestro che si ruppe un osso.
Nel cadere mi avvidi ch’egli avea in virtù dell’assenza di luce elettrica, in sulla capa, una candela accesa per vedere il suo stender l’affresco e li colori. Anche il Vasari notò la cosa ma ne attenuò il verbo tacendo.
Cademmo insieme e nel cadere vidi l’Opera sua Somma completata e li colori forti e le tridimensionalità dei corpi. L’Adamo steso e proteso e Dio, sorretto dalle angeliche schiere, come uscito dal tunnel portando luce e ragione al tocco.
Giunto al suolo rimbalzammo come palla e più volte lo volto mio si schiacciò sulla dipinta volta fra l’orrore del Genio che gridava e sputava pennelli dalla bocca ove li tenea a suo comodo d’uso.
Finiti i rimbalzi m’avvidi che lo mio volto s’era impresso su quello d’Adamo e in parte su quello sacro di Dio ma senza pena d’offesa, tanto che si distinguea appena. E il Buonarroti a sua volta imprecava in molte lingue o in molte impreche nella stessa lingua, non saprei. Avea in bocca serbata una spatola da intonaco.
Risolvemmo la questione da Uomini con una scazzottata in mezzo alla cappella, fra lo sgomento dei preti. Egli era assai turbolento e focoso, lo mio arrivo l’avea infuriato, per la sua Opera Magna sciupata.
Ma al termine della pugna feroce io vinsi e ripagai lo mio torto con onore. Non potendomi investire egli mi volle perdonare spedendomi con un poteroso calcione proprio in un buco nell’aere, formatosi lì dove prima c’era un vescovo, risucchiato anch’esso nell’orrido imbuto.
Tornai a vagare nello spazio profondo.
Del prelato non seppi altro: forse preso nel tunnel, pell’eternità lo girò a tondo a tondo.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.