Ho sempre pensato che un malato di tumore fosse una specie di astronauta. Che il giorno in cui ti dicono che hai un tumore fosse un po’ come se qualcuno ti mettesse una tuta ingombrante e una boccia di vetro in testa e ti spedisse con un razzo su un pianeta lontanissimo da tutto e da tutti. E da lassù, in quel pianeta con ritmi diversi dalla vita della terra, dove si usano parole strane come carcinoma, leucemia e chemio, sentire tutto o troppo vicino o troppo lontano.
Però poi ci sono anche quelli che amano l’astronauta e cercano di seguirlo, ma tutto quello che riescono a fare e gravitare nell’orbita del pianeta in una claustrofobica stazione spaziale senza riuscire a scendere sulla superficie.
E comunque uno si viva il viaggio, c’è la distanza dell’astronauta da solo sul suo pianeta e c’è la distanza di chi vive sospeso nella stazione spaziale, ma nessuno è più sulla terra dove sono tutti gli altri.

E così Quel fantastico peggior anno della mia vita poteva essere semplicemente un film su tumori e viaggi spaziali ma non lo è, perché Alfonso Gomez-Rejon ci mette dentro di tutto senza cercare di farci piangere a tutti i costi. È un film dolce, divertente e anche doloroso certo. Ma c’è prima di ogni cosa l’amore per il cinema, per tutto il cinema, con la stessa poetica degli acchiappafilm di Be kind rewind, che mischia Gondry, Wes Anderson e John Hughes. È una storia che procede per capitoli, come i lavori di Tarantino, con la colonna sonora di Brian Eno e una fotografia da documentario indipendente. È un film matrioska pieno di altri film sull’adolescenza, sull’amicizia, sul crescere e su come il cinema possa curare il dolore e la solitudine ma senza gli effetti collaterali di una chemioterapia.

Ma come si capisce dal titolo originale e dal “Me” iniziale, in fondo a tutte queste matrioske c’è soprattutto la storia di Greg, un adolescente di Pittsbourgh, e del suo pezzo di vita dentro la stazione spaziale intorno alla sua amica Rachel e alla sua leucemia. Greg non è un eroe, è egoista, egocentrico e pieno di difetti e di barriere, non riesce a legare con nessuno e chiama “collega” il suo migliore amicor Earl per non lasciarsi coinvolgere in un rapporto. E non è bravo a stare sospeso in orbita in un mezzo senza propulsione che non può atterrare e che rimane solo fermo nel cielo a guardare Rachel soffrire. E così mentre la guarda lottare contro una cosa invisibile che la sta portando via si arrabbia, si spaventa, prova odio e amore e voglia di fuggire, fino a quando, in una scena di una intensità quasi dolorosa, grazie al cinema trova il suo modo per scendere sul pianeta di Rachel, anche se solo per pochi secondi.

Arriva nelle sale il 3 dicembre e magari non avete voglia di vedere un film su una ragazzina malata di cancro e sul suo amico antipatico prima di Natale, ma anche se non ci sono alberi addobbati e ricciarelli dentro le sale dei cinema, è possibile che la storia di Greg, Earl e Rachel riesca a farvi sentire vicino agli altri quanto un pandoro, ma senza il rischio di soffocare per lo zucchero a velo.

MeAndEarlAndTheDyingGirl1

 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.