La scorsa settimana è stata la mia prima volta a Torino. E’ bella, una città che ha molto da offrire ai suoi abitanti più che ai turisti, cosa che a volte manca a Firenze, come quando sei in fila per un gelato in centro, e ti viene da accentuare quella ‘c’ aspirata, tanto per ricordarti che non sei in vacanza. A Torino c’è piazza Vittorio Veneto, enorme, in riva al Po, circondata da portici con bar e locali e tavolini all’aperto. Una vita brulicante, fatta di torinesi, di amici, di famiglie, di chiacchiere e di incontri. In quella piazza, così sana e viva, ho pensato che un posto così a Firenze mancasse davvero. Non so se anche a Torino esiste un comitato contro la “movida molesta”, ma l’impressione è che la vita fosse spensierata, senza la paura di dare fastidio, senza pensare di non potere spostare una sedia oltre un cordolo.

Poi però mi sono affacciata alla spalletta del Po. Era bella la Chiesa della Gran Madre di Dio oltre il Ponte Vittorio Emanuele I, bella la luce prima del tramonto sul fiume. Bello. Ma io il pensiero che non si avvicinasse neanche a quello che vedo di solito, non l’ho potuto evitare. Non ho osato dirlo ad alta voce, e me ne sono vergognata, di questo mio campanilismo da quattro soldi. Che me ne faccio dei Lungarni, quando ho una città che non si fa vivere fino in fondo?

Tornata nella mia Firenze, domenica sera sono andata in piazza Giorgini. I locali erano chiusi, c’erano una ventina di persone sparpagliate sulle panche della piazza, un’atmosfera pacata, da passeggiata della domenica sera. Ho pensato a cosa ci fosse in quel momento a Torino, in piazza Vittorio.

C’è poco da fare, ci sono città che hanno un’anima più europea, più metropolitana, più stravagante, e città che si svegliano il venerdì sera. E’ vero, a Firenze a volte sembra che certe piazze, certi luoghi, ti sfuggano di mano, che non siano tuoi, ma del russo e dell’americano che li fotografano. Ma forse dobbiamo accettarlo, perché se vivi in una città in cui quando svolti l’angolo e ti aspetti di vedere qualcosa che mozzi il fiato, quel qualcosa lo vedi davvero, devi aspettarti di condividerlo. Forse anche di dover rinunciare a qualcosa. E poi domenica sera, anche in quella piazza di quartiere, tra quelle persone che chiacchieravano, io mi sono sentita a casa.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.