flog

Foto di Matteo Bertelli

Vado alla Flog da quando avevo 16 anni, magari ora i Punkreas e i Modena City Ramblers li salto, ma non ho smesso di andarci. Ho riposto la maglia della Bandabardò e i pantaloni viola di velluto in una scatola (non butto via niente, sono convinta che avrò dei figli a cui serviranno), ma venerdì scorso ero lì, ad una serata reggae, e ci tornerò ancora. L’Auditorium di via Mercati è una delle mie costanti, un posto dove mi sento a casa. Entro con le amiche e andiamo dirette alla panca dove da 10 anni (10 anni!) appoggiamo i nostri cappotti, se ci perdiamo sappiamo sempre dove trovarci e quando vediamo il parcheggio chiuso ci rassegniamo a mezz’ora di pellegrinaggio.

È la Flog la casa del venerdì sera, per me, per altri forse il Bataclan. In linea teorica penso sia sbagliato provare un grande dolore per le morti di quel 13 novembre e non soffermarsi per più del titolo della notizia sulle altre provocate dalla stessa guerra. Ma nella pratica questa selezione emotiva, questa imperfezione che ci portiamo dentro, penso possa aiutarci a capire quanto quello che accade ‘chissaddove’ ci riguardi da vicino. Quanto siamo coinvolti, quanto la distanza non ci renda salvi. È un bagno di realtà, una presa di coscienza che serve a scuoterci. Parigi è a due ore di Ryanair, ci siamo stati tutti, io ci sono stata a luglio, è probabile che ci abiti qualcuno che conosciamo o che ci sia in vacanza. Questo ci sconvolge, ci allarma, ci fa male, ma può servire anche a farci scoprire il dolore dei paesi che a malapena sappiamo cercare sul mappamondo. Forse venerdì alla Flog c’era chi fissava le porte nere con un po’ di apprensione, forse qualcuno ha avuto paura. La mamma ieri mi ha detto di stare attenta al Vertice Nato, che dovrò seguire per lavoro, ma forse avrebbe dovuto dirmi di stare attenta quando vado alla Flog, o a mangiare al ristorante, o per strada.

Se quello che succede qui vicino ci fa più male e ci spaventa, usiamo questa paura per essere meno indifferenti, ogni giorno, verso ogni dove.

 

 

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.

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L’appartamento

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Sei chilometri