Questa è la mia giornata tipo, se vivessi in una polemica continua, come quella del tifoso medio della Fiorentina. Una vita cadenzata dai lamenti. Perché se si perde è tutto da rifare; se si vince si poteva vincere di più; e se si pareggia, si poteva anche perdere, almeno era un risultato tondo. Ma pareggiare proprio no. Insomma: un’insoddisfazione perenne.

Oggi mi sono svegliato. Colazione, barba, doccia, cacca. Oh, mai una volta che abbia lo stimolo prima della doccia. Poi sono sceso di casa, ho fatto le scale del mio palazzo, sono arrivato in strada, ho dato uno sguardo in giro e sono tornato su in casa, sbattendo la porta: “Babbo! Babboooo!  Alzati! Alzati! C’è la solita, vecchia, stantia Punto lì fuori. Come lo vuoi capire che per fare successo serve una macchina di livello internazionale? Perché non me l’hai ancora comprata un’auto nuova? Sono quindici anni che mi prendi in giro… Quindici anni! Quando c’è da fare il salto di qualità, ti tiri sempre indietro”.

Presa consapevolezza di non avere un’auto nuova da guidare, ho preso la Punto e sono andato a lavoro. All’entrata a lavoro ho suonato il campanello e solo lì, a quel punto, ho capito che per svoltare la mia azienda dovrebbe avere quantomeno un portiere decente. Il portiere sembra un ruolo marginale, ma è la prima persona che si incontra: è l’ossatura dell’azienda. Capito qual era il principale problema della politica aziendale, per prima cosa ho esposto la questione sul gruppo su Facebook, composto solo dai veri sostenitori dell’azienda. Quelli che darebbero un rene per il bene comune: io e Massimone. Poi, solo dopo uno scambio poco pacato di vedute, mi sono diretto all’ufficio del Direttore. Mi sono avvicinato, camminando a braccia levate, mentre cantavo: “Spendere, bisogna spendere, bisogna spendere per il portiere!”. Il Direttore, va detto, è un tizio un po’ permaloso, per cui sarebbe stato meglio tacere. Ma io sono schietto e tutto questo l’ho fatto solo per il bene dell’azienda.

Il colloquio ovviamente è andato male. Per stemperare la mia tensione allora ho cercato un bar, che fosse accogliente, che avesse un nome rinomato e che non costasse troppo, dove poter prendere un bocadillo. Avrei potuto chiedere al bancone un panino, ma sarebbe stato troppo semplice e poco esterofilo; mi avrebbero risposto forse cortesemente e mi sarei sentito un po’ spaesato.

“Questo bocadillo è insipido, si vede che non c’è stato uno studio accurato nel prepararlo. Per essere un bar da scudetto servono ingredienti all’altezza, non si possono fare miracoli con quello che si ha”.

“Se tu’vvoi, ti ci sputo io in codesto panino per farlo più saporiho…”

Non so cosa sia e se sia vero. Ma ci si deve sicuramente partecipare

Non so cosa sia e se sia vero. Ma sarà sicuramente bellissimo

 

 

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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