Ho conosciuto Anton Pavlovič Čechov in seguito ad un impatto contro un TIR da sessanta tonnellate carico di maiali. Io andavo verso l’Osmannoro, dall’uscita di Campi Bisenzio, lui aveva imboccato l’uscita come per girare verso Campi ma aveva inverto la direzione e mi aveva affiancato agganciandomi con la fiancata: vedevo le immense ruote girare lente maciullando la portiera e il parafango anteriore della mia Skoda del 1980. Tutto come in un incubo al rallenty, io che suonavo il clacson e quello, come nel film “Duel“, che continuava a spingermi facendomi girare in un semicerchio dove io ero all’interno del cerchio, tritato dal possente mezzo che continuava a girare imperterrito. Una volta sceso dal mezzo il camionista, cieco dalla nascita, mi disse:
– Sentivo suonare un clacson ma non vedevo nessuno…
– E se fosse stato un ciclista?
– Beh, avrebbe urlato in modo agghiacciate mentre lo stritolavo.
Lo colpii con un albero che sradicai in quel preciso istante, a mani nude. Lo vidi volare alto verso Focognano e poi sparire fra le fronde facendo infuriare numerosi uccelli.
Quando mi voltai, il camion e l’auto non c’erano più ma solo una pianura desolata con pochi alberi striminziti e un viottolo che conduceva chissà dove. Non certo nel bel mezzo del romanzo di Michail Afanas’evič Bulgakov, “Cuore di cane”, anche se un cane di nome Snoopy un ruolo ce l’ha in questa storia.
Il colpo d’albero che spedì il povero camionista cieco nell’oasi del WWF aprì anche un varco nello spazio-tempo così ampio da coinvolgere tutta la periferia di Campi Bisenzio.
Percorsi quella strada vicinale di passo svelto fino a quando raggiunsi un casolare dove trovai ospitalità e al mattino successivo mi fu offerto un passaggio in città su uno scassato calesse.
Ero finito nel lontano gennaio del 1901 e fu per questo fortuito gioco di date che mi fu permesso di incontrare nientemeno che Anton Pavlovič Čechov! Era di passaggio a Firenze con il suo cane Snoopy (un nome curioso per un cane, pensai fra me). Scontento del ritratto che si era fatto fare dal pittore Osip Braz che lo dipinse credendo di ritrarre un uomo che aveva annusato un rafano, accettò di farsi fotografare da me per tuttafirenze.it a testimonianza del mio viaggio.
Mentre stavo per scattare la foto il cane mi addentò all’inguine e io, piegandomi in due, sbattei il viso contro quello dello scrittore lasciandovi impresso parte del mio volto reso truce dal dolore del morso. Un istante prima dello scatto, Čechov seppe dalla moglie Ol’ga Knipperm dell’insuccesso della sua commedia e lui per la rabbia, senza volerlo, quasi strangolò il cane (come da foto).
Morì (lui, non il cane) il 15 luglio 1904 mentre era ancora vivo.

Nota:
La narrazione dell’incidente d’auto è vera, mi è veramente occorsa nei lontani anni ’80. Il resto, l’incontro con Anton Pavlovič Čechov e il suo mordace cane Snoopy* è leggenda.

* Ma a chi mai verrebbe in mente di chiamare così il suo cane?

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.