Silv1Il biglietto per il concerto del tour “Acrobati” di Silvestri cade dal cielo, avendo io rinunciato a questo live da oltre un mese, visto il sold out di entrambe le date previste a Firenze; e invece eccomi qui, per una coincidenza fortuita.
Un concerto al Verdi parte di per sé avvantaggiato, con quei deliziosi palchetti da cornice e le poltroncine rosse nelle quali sprofondare e lasciarsi rapire dalle note musicali.

Ho imparato ad apprezzare Silvestri ai tempi di “Aria”, canzone decisamente poco Sanremese che lo vedeva partecipare alla kermesse musicale: un pezzo fuori dagli schemi (parla delle ultime ore di un condannato a morte), lontanissimo dai “ma quanto ti amo” che la maggior parte dei partecipanti se ne va a cantare al Festival. E finalmente.
Negli anni però mi scappa di mano, e solo nel suo fortunatissimo tour con Fabi e Gazzé lo riaggancio: quei 3 insieme mi hanno regalato, due anni fa al Mandela a Firenze, uno dei concerti più emozionanti e divertenti  della mia vita.

E saranno le canzoni ironiche ma mai banali, l’aria scanzonata da romanaccio con gli occhi dolci, quel “de li mortacci tua” che a tutto il pubblico dello stivale fa gridare nel ritornello di “Testardo”, e quella “Strade di Francia” che a me ha conquistato il cuore: una di queste cose già  basterebbe a giustificare la mia presenza al Verdi, stasera.

Acrobati”, dunque, un album che lui stesso ammette di aver scritto per il bisogno di guardarci, e guardarsi, da lontano, con distacco, lucidità, senso della prospettiva, alla ricerca di un tanto agognato equilibrio (oggi, nell’epoca dell’instabilità più totale), e che dovrebbe passare anche dalla classe politica, ma che invece secondo il cantante (e non solo), è la prima a non trasmettere sicurezza (“mi era sembrato di notare un fatto poco chiaro, come una specie di governo ma di terza mano, con un programma mai approvato che però seguiamo, e neanche posso non votare perché non votiamo” – “Quali alibi”).

Ma c’è anche spazio per la bellezza di alcune città in questo suo ultimo lavoro (“La mia casa”), che riesce a descrivere talmente bene da farti sentire ora a Parigi, ora a Favignana; per un padre perduto 15 anni fa ma ancora presente (“L’orologio”), per l’amore, nostalgico, lontano, o  forse già al termine (“Se fossi Superman girerei intorno al mondo e lo farei tornare esattamente al punto in cui ti ho detto per la prima volta “amore”, e nei tuoi occhi c’era solo lo stupore” – “Come se”): questo e molto, molto altro, in 18 pezzi che sono piccole, delicate storie.

E le racconta quasi tutte queste storie, durante un concerto che sfiora le 3 ore: una ad una, suonate con perfezione impeccabile da 6 ottimi musicisti che lo affiancano, anticipate sempre da una breve introduzione parlata; che uno Silvestri se lo immagina un tipo un po’ taciturno, e invece gli piace proprio parlare, scherzare, direi proprio cazzeggiare a volte: si diverte e diverte, indubbiamente.
Peccato l’acustica del Verdi (per lo meno dalla seconda platea), che ha reso le sue parole spesso difficili da afferrare, durante le canzoni: e quando i pezzi sconosciuti sono tanti (mea culpa, ho ascoltato “Acrobati” pochissimo), si fatica ad entrarci dentro.

Ma quando parte con i suoi cavalli di battaglia (richiesti anche dal pubblico in sala stile jukebox), non ce n’è per nessuno: L’autostrada, Testardo, Strade di Francia, La paranza, Salirò, Il mio nemico, Cohiba, Il dado, Aria…negli ultimi pezzi il pubblico non ce la fa più e si alza in piedi, e complici i maestrali giochi di luci, il teatro si trasforma in una pista da ballo.

Con Daniele Silvestri passi dal commuoverti parlando delle vittime della mafia (“L’appello“) o del mare, al sentirti crescere dentro un desiderio bruciante di rivoluzione (“O vittoria…o muerte” – Cohiba); dal voler desiderare di partire e non tornare (“Parigi, Parigi a me va bene…per non tornare più” –Strade di Francia), all’ammettere candidamente che ti sei innamorato di una stronza (La paranza).

Acuto, profondo, ironico, sornione, placidamente incazzato: ci rivediamo a luglio all’anfiteatro delle Cascine, Danié.

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Silvia Nanni

Pisana (atipica, adora Livorno) ma Fiorentina d’adozione, classe ’82 (mentre nasceva la nazionale di calcio esultava per la coppa del mondo), Copywriter e Social Media Manager (bei tempi quando i mestieri erano solo in italiano), ama la musica (canta in un gruppo acustico, i Brac), il teatro (lo fa da 15 anni), Parigi e Firenze, l’odore del basilico, i carciofi e ridere in compagnia.
Adora la musica live, ed è fermamente convinta che un concerto, a prescindere dal genere e dall’artista, valga sempre la pena di essere visto (si, ok, Gigi d’Alessio è un’eccezione).
Stare ferma la spaventa, da sempre. E il tatuaggio Born to run sulla spalla, parla da solo.
Ha da poco un gatto, Alfie. O meglio. da pochi mesi Alfie si prende cura di lei.