Potremmo stare a discutere ore se Mario è davvero tornato e se i gol di Gomez possono riscaldare quel tanto che basta per sopravvivere in curva al gelo di fine gennaio; se è eticamente giusto sapere che gli strisciati in bianconero, per una sera, tifano per te e se mettere Kurtic e Alonso abbia una sua logica.

Ma non è tempo di critiche o discussioni. Di dibattiti e di polemiche.

È tempo di 33,5 ml di Caffè Borghetti all’intervallo.

È tempo di scrivere un’ode a quello che è il più grande allenatore che il calcio contemporaneo possa osservare.

È il più grande non perché sia il più vincente. Non perché, se perde, inserisce tutte le punte che abbia a disposizione. Non perché, se gli chiedono: “Entra Schurrle e Schurrle segna. Entra Demba Ba e Demba Ba segna. Questo come si chiama?” E lui risponde: “Culo”. Perché non ha bisogno di interviste per autocelebrarsi. Gli basta correre a perdifiato all’Old Trafford, farsi cinquanta metri in cappotto, al momento del gol qualificazione all’ultimo minuto, e buttarsi in scivolata sotto i propri tifosi. Gli basta mimare le manette. Gli bastano cinque minuti di conferenza stampa, nessuno che gli chieda la formazione che scenderà in campo il giorno dopo, e salutare tutti: “Se non mi chiedete chi giocherà, questa conferenza stampa non ha senso”.

Anzi, no. Non gli basta tutto questo.

Mourinho è il più grande di tutti perché perde 4-2, in casa, in Coppa d’Inghilterra, contro una squadra di League One, l’equivalente della nostra Lega Pro. In FA Cup: che laggiù, oltremanica, darebbero 25 sabati senza birra pur di vincerla. Perde. Ma prima di parlare di tragedia sportiva e di doversi vergognare, prima di assumersi colpe o di rispondere ai giornalisti, che non aspettano altro che un suo passo falso, lui scende negli spogliatoi per complimentarsi con gli avversari. Uno ad uno.

Per questo è il migliore. Lo Speciale. Perché prima delle manette, degli avversari a zero tituli, delle esultanze in faccia a Guardiola, Mourinho è un punto di riferimento per la sua squadra e i suoi tifosi. Ma sa riconoscere anche cosa sia un miracolo sportivo. Perché non è vero che tutti gli avversari siano uguali.

Avrà anche culo, ma pure una dose immensa di classe. Coglionazzi.

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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