Le certezze della vita si possono contare sulle dita di una mano: una è che il lanciacori della squadra avversaria è sempre rasato e non indossa mai più di una maglietta. Anche se è inverno inoltrato e anche se è tifoso dell’FC Capo Nord.
Un’altra è che per segnare bisogna tirare in porta. E schierare delle punte, magari, potrebbe aiutarti nell’impresa.
Poi c’è la certezza che mettere in campo giocatori brutti, molto brutti, magari senza mento, con movenze lente alla Frankstein o con gli occhi ravvicinati, molto ravvicinati, pronti a fagocitarsi a vicenda, non spaventerà gli avversari e non ti aiuterà a vincere.
Infine, la madre di tutte le certezze, la regina degli insegnamenti per la tua vita futura, è che relazionarsi con un tossico allo stadio non porterà niente di buono. Basterà rivolgergli la parola, scambiare una battuta, farlo ridere una volta soltanto, alla terza giornata della stagione, a inizio settembre, per ritrovartelo accanto in tutte le giornate successive del campionato. Ti guarderà con i suoi occhi spenti, rossi, appena aperti, con quel cappellino trasudante vita, e ti chiederà come prova di amicizia di bere un po’ della sua birra. Incerto sul da farsi, analizzando i rischi, ti ritroverai a dover decidere tra il rifiuto, con una siringa sulla giugulare come risposta, e la quinta certezza della tua vita: bere, da quella lattina di Peroni calda, porterà a concentrare in un corpo, il tuo, tutte le malattie conoscibili dalla medicina moderna.
Il mio pensiero va al mio amico, che aveva provato a dire di no, davvero ci aveva provato, ma che, alla fine, si è arreso all’onnipotenza della tossicità. Da quel sorso non l’ho più visto.

Modibo Diakitè, per essere certo, tocca con mano: “Ehi, non ho davvero il mento!”

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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