Cosa possono fare un po’ d’acqua, qualche pugno di farina e un pizzico di lievito? Tanto, anzi moltissimo.
Combinati con maestria questi pochi, poveri ingredienti hanno fatto la gioia di generazioni di bambini fiorentini i quali (felicemente orfani dell’enormità di merendine incellofanate che oggi riempiano i frigoriferi e dispense), venivano appagati nel palato proprio con un semplice cartoccio di coccoli appena fritti.
Che piacere quelle merende pomeridiane ritualmente cadenzate dalla passeggiata ai giardini con l’immancabile sosta alla friggitoria della zona. Quante bizze, brontolii, bronci se non venivano rispettate quelle “sacre” soste.
Oggi quei genuini sapori possono sembrare troppo semplici per essere buoni. Ormai “roba vecchia”, ma vi assicuro, non esiste fiorentino “diversamente giovane” che non gli brillino gli occhi al solo pronunciare questa magica parola: “coccoli fritti”.
Antica ricetta fiorentina che parte dalla notte dei tempi, e giunge fino ad oggi per prelibare i palati semplici dei bambini all’ombra del Cupolone. Ma come ebbe inizio?
Partiamo intanto dall’origine del nome: in certe parti di Firenze questo cibo viene chiamato anche sommommolo che, nel nostro vernacolo sta a significare un pugno vibrato dal basso verso l’altro, insomma un cazzotto, e a ciò può assomigliare il coccolo con la sua forma rotondeggiante scavata e solcata, mai perfettamente liscia, proprio perché modellata come una mano chiusa a pugno. Ma con sommommolo chiamiamo anche le frittelle di riso che, nella nostra città sono dolci tradizionali del periodo carnevalizio ed in particolare per la festività di San Giuseppe.
Se cerchiamo in un vocabolario scopriamo che il sinonimo di coccolo viene usato per indicare un bambino grazioso e paffuto e l’abbinamento con il nostro cibo non pare molto lontano, dato che a noi fiorentini piace vezzeggiare su tutto ciò che ci risulta gradevole. Queste palline fritte sono particolarmente appetitose; danno una sensazione di benevolo piacere gustativo, facilmente paragonabile a quell’accoccolarsi in beata armonia. Stare a coccolo, per noi toscani, significa riposare beatamente, magari stesi in una bella giornata di primavera su un soffice prato verde. Ovvero crogiolarsi.
Ma forse i nostri coccoli possono essere imparentati con i cuculli liguri? Può darsi. Anche se qui non si parla di lievito e farina, ma di un composto di patate lessate, pestate e fritte. Di certo l’assonanza esiste, e se l’ipotesi fosse vera allora c’è lo zampino mediorientale, visto che il piatto ligure è di origine araba, e questa potrebbe essere un’altra pista di segnalazione sulla progenie delle palline fritte.
Insomma, nonostante l’incertezza della nascita e della vetustà, il coccolo a Firenze è tanto popolare ed apprezzato che quasi si imparenta con la città e tutta la una storia. Altro che bistecca di chianina.

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Maurizio Bertelli

Da sempre innamorato di Firenze e della sua storia, per diletto e passione scrive spaziando dalla saggistica si romanzi, fiabe, racconti, modi di cucinare sempre improntati sulla fiorentinità.

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