È scientificamente provato che chi tiene una rubrica periodica finisce prima o poi per montarsi la testa. Non è colpa sua, è un miscuglio inevitabile di chimica, psicologia sociale e narcisismo che alla fine fa scattare, anche nella testa del più timido e insicuro corsivista, un barlume di onnipotenza. I pezzi dei migliori opinionisti con il tempo finiscono per diventare sempre meno originali e sempre più arroganti e l’ironia leggera si trasforma in giudizi sempre più trancianti lasciando spazio all’acidità.

Si, anche i migliori ci cascano, perfino geni del corsivo come Michele Serra e Gramellini ogni tanto scrivono con l’accetta.

E anche io con questo pezzo non faccio eccezione, primo perchè mi sono paragonato appunto a Serra e Gramellini e poi perchè, visto che è quasi settembre e che a Firenze, come in molte altre parti del mondo, settembre vuol dire anche tornare a scuola, questa settimana i film da vedere non sono consigli ma veri e propri compiti a casa. O meglio, istruzioni per l’uso per insegnanti.

Perché se il cinema ha saputo raccontare tanti punti di vista sicuramente ha scelto tante volte di fermarsi dentro le aule delle scuole e farsi testimone di quella magia che ha il sapore di gesso e gomma da cancellare e che è capace di cambiare vite, nel bene e nel male. Di raccontare storie di uomini e donne verticali che, anche se avevano una sedia comoda dietro una cattedra, non si sono mai seduti perchè sapevano di essere argine tra una scuola insensibile e lo smarrimento dell’adolescenza. Storie di chi ha scelto di dare prima di pretendere, di chi ha scelto di ascoltare prima di chiedere di essere ascoltato, di chi ha saputo trasmettere passione e curiosità prima di cominciare a elencare nozioni. Come il “Monsieur Lazahar” di Philippe Falardeau, un immigrato algerino a Montréal che si ritrova maestro in una classe sconvolta dalla morte della propria insegnante e che decide con loro di affrontare il dolore, e il senso di colpa e la paura. Oppure come l’Henry Barthes interpretato da un malinconico Adrien Brody nell’ultimo capolavoro del regista di “American History X”, “Detachment”. 97 minuti di pugni nello stomaco, 97 minuti in cui la telecamera, in bilico tra documentario e videoclip, indaga nella vita di un insegnante e dei suoi alunni, e in quello spazio vuoto che li separa e che diventa lentamente incontro, scambio e reciproca conoscenza.

Due film di qualche anno fa, ma due film da vedere, anche se c’è il programma da finire, i tagli all’istruzione o l’aumento delle ore d’insegnamento.

 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.