Scrivere di cucina, significa raccontare storie di vita, di grandi eventi, di quotidianità.

L’ultima carestia, in Italia, risale intorno all’anno 1670; in Europa l’ultima avvenne nel 1946, nell’ex Unione Sovietica, causata da una terribile siccità.
Anche i flussi migratori, che il nostro paese ha subito tra il XIX e il XX secolo, erano dettati non solo dalla mancanza di lavoro, ma anche dalla scarsità del cibo.

La pellagra e il rachitismo, determinate dalla mancanza di vitamine, erano malattie endemiche nella nostra società, almeno fino alla metà del XX secolo. Era una società prevalentemente rurale, con abitudini alimentari basate, quasi esclusivamente, sui prodotti della terra, dove il consumo di carne era per i più ricchi una volta a settimana, per i poveri una volta al mese, quando andava bene.

Questa premessa per raccontarvi una storia di vita quotidiana accaduta circa una sessantina di anni fa.
Metti una sera a cena con nuovi e vecchi amici, tavola apparecchiata con cura, ottimo cibo ben cucinato e presentato, vini di qualità, dibattito piacevole e ricco di argomenti.

Seduta di fronte a me una signora dall’aspetto giovanile, capelli color rame, di corporatura minuta, occhi vivaci e un bel sorriso, mani piccole e ben curate, che muovevano agevolmente le posate. Mangia lentamente, assaporando ogni portata e conversando con me e gli altri commensali.
La mia passione per la cucina e la voglia di conoscere i gusti degli altri, ha dirottato la conversazione sul cibo, approfittando del fatto che una cena è un buon momento per ascoltare e raccontare storie e ricette particolari.

La storia che ci narra questa nuova amica è parte del suo vissuto e, nella sua semplicità , ci ha proiettati in un mondo che nella nostra società non esiste più.
Quando era molto piccola abitava in campagna e la vita in cascina, vista dagli occhi di una bambina, era piacevole, circondata dall’affetto dei suoi e dai numerosi gatti presenti nella fattoria. Uno, in particolare, era il suo preferito, ma un giorno scomparve e i fratelli le dissero che era andato nel bosco e non era più tornato.
I ritmi delle giornate si susseguivano in attesa della domenica, giorno  di festa, a tavola veniva servita un po’ di carne, cosa che non accadeva durante la settimana. Quella fu una delle domeniche felici, perché fu servito un bell’arrosto di coniglio.

Solo da adulta, i fratelli maggiori le rivelarono che il suo gatto preferito non si era perso nel bosco, ma era semplicemente servito a sfamarli, diventando il piatto principale di una domenica invernale.

Storia certamente interessante, anche se suscita una buona dose d’amarezza. Oggi, probabilmente, non riusciremmo a mangiare un gatto sapendo di mangiarlo; le condizioni economiche e sociali sono cambiate in meglio.

Vittime di un consumismo ossessivo, ci chiediamo mai cosa accadrebbe se tornasse una carestia, cosa accadrebbe se la “fame” si impadronisse nuovamente della nostra società? E ancora, cosa accade in quelle società dove la fame e la carestia sono endemiche?…

Zorba!

Zorba!

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Stefano Poli

Nato a Prato, ma vivo a Firenze da sempre. Sommelier dal 1986, amante del buon cibo ed estimatore del buon vino. Viaggiatore singolare, proiettato alla scoperta di nuovi sapori, usanze e costumi diversi. Un piccolo aneddoto che mi riguarda: la soddisfazione di “aver pestato i piedi a Steven Spilberg durante un ricevimento a cui ero presente, come sommelier. Volete sapere qual è stata la sua reazione? Molto elegantemente, si è complimentato con me per la scelta dei vini.