È presto per dire se e quanto Bernie Sanders sarà in grado di tenere testa a Hillary Clinton nelle primarie dei Democratici. Quale che sia l’esito finale, una cosa però è certa: il senatore del Vermont, che ama definirsi “socialista” in un paese in cui il termine evoca ancora “il comunismo”, è il vero protagonista della campagna elettorale del partito dell’asinello. Se non fosse per lui, quella della Clinton sarebbe la debole e moderata campagna di chi sente la vittoria in tasca, sapendo di poter contare sul sostegno dell’establishment, di parte della finanza e di quanti sono preoccupati da un possibile successo di Trump.

Partito senza la struttura e il sostegno finanziario su cui può contare la Clinton,  Sanders è riuscito a raccogliere il consenso di migliaia di cittadini, parlando di redistribuzione, lotta alle disuguaglianze, maggiori controlli e sanzioni nei confronti dei grandi poteri finanziari, e di un modello di sviluppo più sostenibile. Concetti che anche in casa democratica si fa fatica a sostenere con chiarezza.

Qualcosa all’interno della sinistra angloamericana si sta muovendo. Lo conferma l’elezione a segretario e il dibattito innescato nel Labour da Jeremy Corbyn.

Alla luce di questi cambiamenti appare grottesco il ritardo con cui la sinistra continentale europea si ostina a rincorre il modello elaborato dai “compagni” anglosassoni due decenni fa e che nel frattempo è stato messo in discussione dai suoi stessi promotori. Mentre i socialisti europei inseguono il centrodestra su temi come sicurezza, immigrazione, diritti sociali, del lavoro e politiche fiscali, negli Stati Uniti e in Inghilterra il dibattito interno alla sinistra di governo comincia a registrare un linguaggio diverso, più critico, antico ma nuovo, profondamente legato all’identità ma che sa anche cogliere le esigenze di modernizzazione politica e organizzativa. A pronunciare quelle parole sono persone di qualsiasi età: in Italia, dove lo spessore politico-culturale si misura esclusivamente dall’anagrafe, suonerebbe come una bestemmia dire che dietro alle idee di un arzillo settantenne ci sono centinaia di “millennials”, i giovani nati a cavallo del nuovo millennio.

Eppure anche da noi non mancherebbero i motivi per un cambio di rotta coraggioso: le disuguaglianze e l’emarginazione crescono, e il modello di sviluppo è ormai incapace di assicurare benessere, coesione sociale e sostenibilità ambientale.

Negli USA, se la campagna delle primarie continuerà così, la Clinton per recuperare sarà costretta ad impegnarsi su questioni care alla sinistra progressista, e questo sarà già un importante risultato iniziale. Quanto ai progressisti europei, c’è solo da augurarsi che la “vecchia talpa” continui a scavare e arrivi anche qui, prima che sia troppo tardi.

bernie

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Cristian Pardossi

Classe ’81, negli ultimi quindici anni mi sono occupato principalmente di politica locale, avendo ricoperto ruoli politici e amministrativi a livello provinciale e nel Comune in cui risiedo. Conclusa quella parentesi nel 2014 mi sono cercato un lavoro e ho avuto la fortuna di trovare quello che mi piaceva di più. Oggi mi occupo di partecipazione, ricerca sociale e politiche pubbliche all’interno di Sociolab, una cooperativa che da dieci anni si è affermata in questo settore. Studi classici e una Facoltà di Scienze Politiche interrotta all’ultimo km ma con propositi di concludere più prima che poi, mi piace leggere saggistica e coltivo da sempre il sogno di scrivere. Governo del territorio, ambiente, partecipazione e beni comuni sono i temi “del cuore”. Pubblicista dal 2004, grazie ad una collaborazione di quattro anni con la mitica RadioQuattro.