Quando mi chiesero di tenere una rubrica su questo giornale era l’autunno del 2008 e la crisi stava appena per cominciare. Sarei uscita proprio ogni domenica e questa cosa mi fece subito sorridere. Mi vennero in mente quelle domeniche che i miei compravano l’Unità dal compagno del partito. Mi affacciavo alla porta e mia mamma lo beccava sempre per le scale perché il turno delle pulizie condominiale toccava a lei proprio nel dì di festa. Non sempre era una consegna “liscia”, anzi. Mia mamma veniva da una famiglia socialista e così per le scale ascoltavo delle grandi discussioni. Per me, che ancora non sapevo leggere l’Unità era questo: un confronto acceso per le scale di casa mia. Poi era altro. Mia nonna ci incartava le uova. Una delle prime missioni che ho potuto fare da bambina e che mi facevano sentire grande, era attraversare la strada e andare a prendere le uova dalla vicina. Vedevo quelle righe di parole girare intorno alle uova. Una protezione, un senso di concretezza, un riuso semplice e nobile. Dall’aprile 2010 l’incartauova è dedicato a Marta Lunghi, stritolata dall’imballatrice mentre lavorava in un’azienda agricola nella provincia di Pavia per cinque euro l’ora, a nero. Aveva un diploma di liceo linguistico e sognava un’occupazione stabile e migliore. Marta aveva 22 anni e stava incartando le uova. Perché vi racconto tutto questo? Non so se la rubrica troverà ancora spazio su questo giornale: le pagine locali al momento sulla carta verranno sospese. Non voglio parlare però della rubrica, è solo un pretesto. Bisogna ragionare sulla crisi, sulla carta, sul lavoro, sui tagli, certo. Un giornale su carta o virtuale secondo me dovrebbe ancora riuscire a scatenare discussioni per le scale, per tenerci svegli, per denunciare, per cambiare, per andare avanti. Dovrebbe riuscire a incartare e scambiarsi storie come uova per condividerle e trarne nuova energia. Questo è l’augurio che faccio a tutti noi.

L’Incartauova esce ogni sabato sull’Unità della Toscana

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