Il mondo di Arthur Newman – Dante Ariola

Quando chiesero a Emil Zatopek perché non sorridesse mentre correva lui rispose semplicemente:

“Non ho abbastanza talento per correre e sorridere insieme”.

E probabilmente se qualcuno chiedesse al regista del Il mondo di Arthur Newman perché i protagonisti del suo film non sorridono spesso lui forse risponderebbe allo stesso modo, che non hanno abbastanza talento per vivere e sorridere allo stesso tempo.

Wallace, interpretato dal solito bravissimo Colin Firth, ha più o meno 50 anni e invece di comprare un SUV, iscriversi a una maratona o mettersi a fresare persiane come un cinquantenne qualsiasi gli viene un’idea alla Mattia Pascal e decide di inscenare la sua morte e prendere una nuova identità, Arthur Newman appunto, solo che quando sei il peggior ostacolo di te stesso non basta cambiare nome per cambiare vita, ci vuole qualcosa  di più. Charlotte invece ha un problema con i suoi geni, sono geni malati che prima hanno fatto morire sua madre e ora stanno facendo morire sua sorella, si sente una bomba ad orologeria ma di quelle che esplodono lentamente e fanno male solo a se stesse e a lei cambiare nome forse serve ancora meno.
I due sì incontrano all’inizio di un viaggio e si conoscono lungo le strade di un America malinconica e dilatata, tra motel e svincoli stradali, su campi da golf e giardini pubblici e si raccontano, a loro stessi e agli spettatori, raccontando bugie, mezze verità, non finiscono le frasi, si raccontano nuovamente ogni volta che capiscono di potersi fidare un po’ di più, di loro stessi e degli spettatori.

Siamo dalle parti di Lost in traslation, senza la colonna sonora degli Air e il Giappone ma con dei protagonisti un po’ più tristi e malinconici. C’è l’America divisa in due della crisi, tra periferia e quartieri residenziali, c’è il volto di Colin Firth che negli ultimi anni più di ogni altro attore ha saputo impersonare gli uomini ostacolo di se stessi, e poi ci sono gli appartamenti in cui i due protagonisti entrano per impersonare nuove identità e conoscersi che sono ancora una volta storie e fotografie (un richiamo abbastanza esplicito ma leggero a Ferro3). E infine c’è Emily Blunt che viene bene nei piccoli film e che quando sta sui territori “indie” vale sempre il prezzo del biglietto, vedersi il mai arrivato in Italia Your Sister’s sister.

Il film è nelle sale fiorentine dal 5 settembre, Fulgor e Portico se siete più tipi da centro e Uci e Grotta se siete più tipi da periferia, ma se comunque siete spettatori che non hanno abbastanza talento per vedere un film e sorridere allo stesso tempo, è probabile che  vi piacerà.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.