In quel tempo, ch’era il 1287 dovete sapere, vi piaccia o no Messere, che tal Dante l’incrociò Beatrice in sui lungarni. È storia vecchia, tant’è vecchia che ‘un tornerà nemmen se ti reincarni.
Ma c’er’io di mezzo, col solito worm-hole, perché così si puote colà dove si vuole.
(Ormai sapete come funziona – e qui non rimerò – ma capitò che la pulzella nell’impatto con lo mio faccion barbuto, non perdesse la favella ma sol il capo.
Lo volto suo col mio fu sostituito e in quell’incontro così la vide apparir inorridito, il Poeta Sommo all’angol de lo ponte.)
– Ecch’ibbischero!
Ebbe a dire la pulzella. E le sue amiche maligne d’acconto lo scherniron:
– Oh lo Homo de lo sguardo torvo e l’adunco naso, che ci fa qui senza ‘l suo vaso?
Che i pitali all’epoca eran d’uopo, svuotati da le finestre in sulla strada, senza riguardi ne’ accortezze ne’ pella gente ne’ pell’altezze.
– Madonna Beatrice! Cos’è quel volto atroce?
Fece lo poeta sommo.
– Che v’accadde allo volto vostro oggi barbuto e mostro?
Pronta la fanciulla l’arringò.
– E che v’accadde al vostro, Messer de l’Alighieri, che lo naso tosto s’incastra ne’ bicchieri?
Presto, lesto, egli replicò.
– Parvi scorger volto noto! Con sguardo semivuoto.
Ella si voltò e disse:
– Sarà perché lo vostro è fatto come scroto.
Così rispose la donzella, per apparir più bella.
– Suvvia fanciulla mia non dite una bugia, orsù dite mia amata, chi v’ha così conciata.
– Messer, lo padre mio all’avviso lui mi mise, sicché lo vostro nome invero mai m’arrise.
– Ma i’ son l’Aligheri Dante, Poeta di memoria, son sommo e cattedrante!
– O qual bischero vu’ ssiete! Poeta petulante, più bischero d’un ghiozzo, o caro messer Dante.
– Madonna fiorentina a me mi torna strano, c’abbiate voi la verve d’un simile villano!

E a me si riferiva, volgendo però il ghigno, all’oca sua giuliva. E colto lo ricordo, d’incontro si’ balordo, voll’egli ingiuriarmi a morte, per farne la mia sorte.

Per chiuder la faccenda, orsù concludo tutto, compresa la vicenda! Povero l’Poeta Dante, perduta la sua Musa, perduta la sua amante.
Chiudiamo qui, chiudiamo il tutto. Che dettolo così, pòle apparire un lutto.
Sapete come è andata? Girata è la frittata!
Toltosi lo sfizio noto, d’accalappiar Beatrice, s’accontentò piuttosto, di una levatrice.
E i’ Dante, a me ne diede tante, si’ pan per la focaccia: con me poi fece i conti, levandomi la faccia, e tutti e quattro i ponti.
Lo calcio suo mi colse, purtroppo nel pisello, cadendo a faccia in giù io ci lasciai il cervello.
Ma io di guisa pronta, non aspettai la conta! Colpitolo sul naso, lo feci andar di sotto: caduto com’un cencio, ei fece d’un gran botto: centratolo allo sterno, io lo mandai all’inferno!

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.