221502205-924a2c4c-b459-47a4-b52b-e370909cb784Per quanto non ami particolarmente i concerti troppo infarciti di coreografie e scenografie, perché credo che a spiccare debba essere solo e sostanzialmente la musica, senza tanti fronzoli, riconosco che spesso, per alcuni live, il contesto, il luogo, ne amplifichi le emozioni.
Il concerto di Cristiano de André, nella splendida cornice di piazza del Duomo a Pistoia, è uno di questi casi.
Passata la transenna di ingresso, sembra infatti quasi di entrare in un grande, enorme salotto: l’atmosfera è rilassata, distesa, intima, il pubblico è in religioso silenzio (a parte qualche giovine che vede bene di urlare i fatti suoi all’amico, proprio alle mie spalle. Bello il dono della parola, eh, un pò meno quello dell’urlo), e gli occhi sono puntati tutti su di lui, un uomo dal cognome spesso scomodo, croce e delizia della sua storia personale.

Probabilmente il pensiero popolare qui si spacca in due: c’è chi lo critica vedendolo campare alle spalle dell’eredità del padre (“facile fare il cantante, eh, con un nome così!”), e chi lo vedo per quello che, di fatto, è: un grande musicista.
Io mi colloco nel secondo gruppo.
Ammiro profondamente Fabrizio de André, il cantante e l’uomo, che ci ha lasciato in dono pezzi immortali, attuali, di una profondità che i vari cantantucoli contemporanei non riusciranno mai, mai, mai a raggiungere, nemmeno dovessero mettersi tutti insieme, lì, a spremersi le meningi: via bellini, su, e un ce la potete fare.
L’unico suo difetto, se così lo vogliamo chiamare, è quello di essersene andato troppo presto: avevo 17 anni quando è morto, e all’epoca di concerti ne avevo visto solo uno: quello degli Articolo 31. Era un’altra vita (e io ero una funkytarra, ma questa è un’altra storia, e ognuno, si sa, ha i suoi scheletri nell’armadio).
E dunque, quel belìn di un genovese non mi ha dato il tempo di andarlo a vedere.
Per cui ringrazio Cristiano. Perché l’unico modo per poter apprezzare le canzoni di Fabrizio, dal vivo, è andare ad ascoltare il figlio.
E non solo perché la voce è spaventosamente simile (forse quella di Fabrizio era resa ancora più meravigliosamente sporca dalle 4000 sigarette al giorno), ma perché gli arrangiamenti che lui ha rivisto e personalizzato riescono, se possibile, ad aumentare la bellezza dei pezzi.
Per dire, Il pescatore mi diventa un pezzone rock che sembra quasi di stare ad un concerto dei Ramones, come mi hanno giustamente fatto notare ieri sera, tra un salto e l’altro nella bolgia finale sotto al palco (sì, alla fine il salotto mi si è trasformato in uno pseudo rave 🙂 ).
E funziona, cavolo se funziona.
Non si cade nel banale, nella triste nostalgia di voler essere chi non si è: qui si celebra la musica che sconfigge la morte, che non si arrende alla vita che finisce, ma va oltre.
Si assiste ad un passaggio di testimone che è naturale, è giusto, è dovuto: Cristiano deve continuare a raccontare La buona novella del padre, impreziosendola e personalizzandola col suo tocco.

I pezzi scivolano via in scioltezza, uno dopo l’altro: La guerra di Piero, Amore che vieni, amore che vai, Il fiume Sand Creek, Quello che non ho, Canzone dell’amore perduto, il testamento di Tito personalmente le trovo elevarsi su tutte le altre, ma il concerto è, nell’insieme, una catarsi che purifica, che invita alla riflessione intima, silenziosa: io, i comandamenti del Testamento di Tito, davvero me li sono snocciolati uno ad uno, in una sorta di auto confessione.
Due, a mio avviso, le grandi assenti: Verranno a chiederti del nostro amore Dietro la porta, canzone di Cristiano che amo particolarmente. Ma del resto, lui dietro la porta ieri sera non ci ha lasciati: noi, per un paio d’ore, siamo entrati in casa De André, e quel che si è sentito ci ha accarezzato l’anima.

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Silvia Nanni

Pisana (atipica, adora Livorno) ma Fiorentina d’adozione, classe ’82 (mentre nasceva la nazionale di calcio esultava per la coppa del mondo), Copywriter e Social Media Manager (bei tempi quando i mestieri erano solo in italiano), ama la musica (canta in un gruppo acustico, i Brac), il teatro (lo fa da 15 anni), Parigi e Firenze, l’odore del basilico, i carciofi e ridere in compagnia.
Adora la musica live, ed è fermamente convinta che un concerto, a prescindere dal genere e dall’artista, valga sempre la pena di essere visto (si, ok, Gigi d’Alessio è un’eccezione).
Stare ferma la spaventa, da sempre. E il tatuaggio Born to run sulla spalla, parla da solo.
Ha da poco un gatto, Alfie. O meglio. da pochi mesi Alfie si prende cura di lei.