C’è un piccolo fim in mezzo ai favoriti nella corsa agli Oscar, ha il nome di uno dei quartieri più famosi di New York, Brooklyn, e un’attrice che è praticamente cresciuta davanti ai nostri occhi in film come Espiazione, Hanna e Grand Budapest Hotel. È un piccolo film appunto, che racconta una storia semplice senza tanti giri di parole e di telecamere.

È la storia di Ellis, una ragazza degli anni ’50 costretta a emigrare dalla sua Irlanda verso l’America e a lasciarsi alle spalle il verde delle colline, una madre vecchia e sola e una sorella a cui vuole bene. Non racconta molto di più di questo, ma è pieno di piccoli pezzetti di storie che fanno così parte di noi che guardarlo aiuta a capire un po’ di più chi parte e chi rimane.
Ed è talmente semplice che è quasi doloroso, pieno di quelle banalità che ogni giorno facciamo finta di non ricordare quando incontriamo uno straniero per strada o pensiamo a qualcuno lontano.
Perché racconta tutte e due le facce della stessa medaglia.
Racconta l’eccitazione e la paura di chi sale su una barca o su un aereo per andare in un posto di cui non sa quasi niente, per cercarsi un lavoro che probabilmente non ha mai fatto, e di come, che tu sia Irlandese o Cinese, sia più facile dall’altra parte del mondo, legare con chi parla la tua lingua e viene dal tua paese. E non perché sei parte di una comunità chiusa o perché non ti vuoi integrare, ma semplicemente perché sei lontano da casa e anche se ti stai costruendo una vita migliore di chi hai lasciato indietro non riesci a smettere di guardare il cielo con nostalgia e a sentirti eccitato e fuori posto allo stesso tempo.
Ma Brooklyn racconta anche di chi rimane a casa a tenere insieme i cocci della propria famiglia in paesi dove tutto sembra immobile e desolante, dove non c’è lavoro e tutto è fermo come un presepe vivente. Di chi guarda lo stesso cielo e non sente nostalgia, ma solo uno strano e insopportabile desiderio di altrove, di chi spera un giorno di poter partire, di potersi salvare dalle trappole della vita e iniziare a camminare nel mondo.

Non vincerà l’Oscar, ma sarebbe bello se lo vincesse, sarebbe bello che come una Danimarca dell’europeo del ’92, battesse tutti i favoriti, anche se sono film bellissimi come Mad Max o Spotlight. E non perché sia tecnicamente migliore o innovativo. No. Ma solo perché c’è bisogno di storie dolci e sincere e perché Saoirse Ronan ricorda che per recitare non è necessario prendersi a schiaffi con gli orsi o fare gli omosessuali negli anni ’50, a volte basta mettersi addosso una storia e raccontarla, anche se è una piccola storia.

MV5BMjI3Nzc5NjM0OV5BMl5BanBnXkFtZTgwODI0ODMxNzE._V1__SX1314_SY616__zps0qyyi5qf

Fonte foto imdb.com

(Visited 162 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.

TESTTTTTTTTT

Irrazionale Emma

TESTTTTTTTTTT

Sopravvivere