Applausi, gente in piedi, occhi lucidi, questo mi sarei aspettato appena Edward Norton è entrato in scena. Gente commossa e felice. Perché il miglior attore della storia del cinema con il nome da antivirus è tornato a incantare spettatori e venditori di Pop Corn.
Come se Michael Jordan fosse tornato a staccare sopra le teste di tutti e lassù, ancora capace di restare in aria un attimo in più degli avversari e poi schiacciarla dentro, una due e  trenta e quaranta volte davanti agli sguardi stupiti.
Ma nessuno ha fatto niente, nemmeno io. Perché oltre al più grande attore mai apparso sullo schermo di un cinema c’era una macchina da presa lanciata a mille dentro un teatro che macinava dialoghi, espressioni, sguardi, frustrazioni, voci fuori e dentro il campo.

La cosa sconvolgente di Birdman non è tanto il cast o l’originalità di una storia, ma il modo in cui Iñárritu mette la macchina da presa in mano a noi spettatori. Mentre ce ne stiamo seduti sulla nostra poltroncina sembra quasi di sentire la sua voce che ci dice dove andare e da dove inquadrare, il fiato e gli odori, la tensione degli attori, tutto sembra a un passo da noi, amplificato e vivo. E la storia, anzi, le storie s’intrecciano senza tregua, quelle dei protagonisti insieme a quelle dei loro personaggi e della versione teatrale di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver che stanno mettendo in scena. Così come quella del cinema con la C maiuscola e quella dei blockbuster fatti di celebrità in costume, e del teatro e della critica cinematografica e di hollywood o semplicemente la storia di un padre e una figlia. Tutto lì, davanti a noi e alla nostra cinepresa.

Qualcuno ha scritto che Birdman è solo una giostra senz’anima, qualcuno ha detto che è solo un esercizio di stile, altri lo hanno vivisezionato, altri hanno gridato al capolavoro ma, realmente, di cosa parliamo quando parliamo di Birdman? Non ho mai letto Carver, e probabilmente non ho fatto abbastanza esami al DAMS per rispondere a una domanda del genere. Ma so che da bambino quando buttavo giù la mia famiglia ideale il Michael Keaton di Arrivano i giapponesi si contendeva il ruolo di mio padre insieme a Bill Murray ed è stato bello rivederlo su uno schermo; so che per me Edward Norton è l’unico vero fuoriclasse del cinema, l’unico capace di fare qualsiasi cosa con l’eleganza e la semplicità con cui Baggio metteva a sedere un portiere; so che quando provi a mischiare la vita vera con il cinema, gli attori con i propri personaggi, il rischio di fare un film autoreferenziale è alto; ma so anche che per la prima volta il cinema non mi è sembrato un mondo così lontano come in molti film su attori depressi e schizoidi. E so che alla fine di un giro di giostra nessuno ti mette in mano il controllo e ti chiede di decidere come andrà a finire, nessuno tranne il giostraio Iñárritu alla fine di Birdman.

Fonte foto imdb.com

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.