Dicono che sono nata nel 1980, in qualche sperduto rifugio o tenda di un altrettanto sperduto luogo non meglio precisato, nella parte sud del continente africano.

Non ricordo niente dei miei primi 5 anni di vita, ma da altri so che li ho trascorsi in un paese che sull’atlante non si riesce nemmeno a trovare, in un posto che, con molta buona volontà, veniva chiamato orfanatrofio.

Un insieme di poche costruzioni raffazzonate, in mezzo al deserto con intorno il niente, dove venivano accolti i troppi orfani abbandonati e dove alcuni volontari provavano a dare loro una misera opportunità di vita.

Come in molti altri casi, dopo questa nascita così poco fortunata, la sfortuna con me non si era ancora dichiarata soddisfatta, e a tre anni sono diventata l’oggetto delle attenzioni di un morbo malefico assetato delle cellule ossee delle mie gambe.

Mi hanno trovata così, adagiata su un pagliericcio, distesa nei miei escrementi e completamente dipendente dalla buona volontà altrui.

Mi hanno trovata così, mentre resistevo – e quale altra scelta potevo avere? – saldamente legata a quell’esile filo che ancora mi rimaneva, e che si chiama vita.

Mi hanno trovata così, due medici fiorentini, marito e moglie, venuti a prestare la loro opera in quel pezzo disgraziato di mondo.

Mi hanno trovata così e, per mia fortuna, hanno deciso che una resistenza così strenua dovesse essere premiata.

Mi hanno portato in Italia, a Firenze, mi hanno adottata, mi hanno curata e mi hanno aiutato a diventare quello che sono adesso.

Una tranquilla ragazza di 25 anni, laureata in matematica, sana, italiana, fiorentina, dalla pelle nera.

Una ragazza che, oggi, alla luce di questa fortunosa opportunità di vita avuta in sorte e alla luce di quello che sta avvenendo nel mondo, non può fare a meno di farsi alcune domande.

Se è vero, come è vero, che chi scappa dalla guerra – i “richiedenti asilo”- hanno diritto a trovare un luogo che li accolga dove poter vivere in pace, e se è vero, come è vero, che il nostro vecchio continente deve essere in grado di dare loro una risposta vera e concreta, perché chi scappa “solo” per fame ( i così detti migranti economici) non deve trovare uguale comprensione e uguale dignità?

Perché qualcuno oggi si permette di decidere che chi scappa per fame deve essere rimpatriato?

Forse che chi scappa dalla fame ha meno dignità di chi scappa dalla guerra? Possiamo noi, nel nostro civilizzato mondo, arrogarci il diritto di decidere “scale” di dignità nella sofferenza degli altri?

So bene che non esistono risposte semplici a problemi complessi, ma sono certa, anche per la mia storia, che la dignità di chi cerca di uscire dalla propria sofferenza non è cosa da sottovalutare.

Mai. Qualunque sia  la sofferenza.

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Sabrina Sezzani

Da lettrice appassionata a scrittrice per passione: Fiorentina DOC lavoro per vivere ma scrivo per divertimento; la mia passione è raccontare storie di donne,e quindi, naturalmente, anche degli uomini con cui hanno a che fare…