Dietro quella porta
È una stanzetta là in fondo. È la stanza che vorrei anche a casa mia. Sì, è proprio quella la stanza che ci manca. Quattro o cinque tavoloni. Fili tirati da una parete all’altra. Scaffali pieni di colori. Pennelli. Formine. Forbici. Colori. Colla. Fogli. Cartoncini d’ogni tipo. Colori. E ancora colori. E musica: un sottofondo lieve lieve, che se non ci fosse non sarebbe lo stesso. È l’ultima porta del corridoio. Ci arrivi perché ci vuoi arrivare, perché altrimenti non ci faresti neppure troppo caso. Forse è per questo che ci abbiamo messo qualche anno a scovarla. O forse, semplicemente, l’abbiamo trovata quando era il momento. È il laboratorio della Carrozza di Hans, la ludoteca dell’Isolotto. E noi ce ne siamo innamorati. Loro tre, babbo Matte e pure io. Io che evidentemente ho bisticciato da piccola con il “fare artistico”. Io che da un certo momento in poi della mia vita mi sono convinta di non essere capace, con una matita o un paio di forbici in mano. Io lì mi guardo intorno e sorrido. Annuso l’aria che profuma di tempera e colla e sorrido. E poi ci sono loro tre che dipingono: i loro visi concentrati, le pennellate decise. Liberi. Liberi di metter su foglio quello che sono e quello che sentono. Liberi di accostare colori e creare forme. Libera. Mi sono sentita anch’io così. Con loro tre. Con quelle dolci signore che gestiscono il laboratorio. In mezzo a tutti quei capolavori stesi ad asciugare. In quella stanza là in fondo. Dietro a quella porta che per troppi anni, dentro di me, ho sentito chiusa: “Mamma, guarda! L’ho fatto io”.
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