Vi capita mai di entrare in loop?
Fare in modo ripetitivo e ossessivo qualcosa di perfettamente inutile e rendervi conto che un’ora è passata e niente è migliorato nella vostra vita? Questa particolare modalità è sempre esistita, in qualche forma (basti pensare alle slot machine e al gioco d’azzardo che, oltre che far perdere tempo, portano dritti sparati alla bancarotta), ma gli ultimi anni ha preso nuove e preoccupanti derive.
Non sono di quelli che danno la colpa alla tecnologia per le magagne collaterali che crea, ma è indubbio che il nostro pollice opponibile, che ci ha permesso nei secoli di costruire, scrivere, suonare e dipingere, negli ultimi anni venga usato sempre più spesso per fare scrolling selvaggio sugli schermi touch-screen dei nostri aggeggi ipertecnologici.
Scavando nella rete mi sono imbattuto in “The Machine Zone”, un bell’articolo che, partendo da una ricerca dell’antropologa del MIT Natasha Schüll, così definisce il luogo dove finiamo quando ci ipnotizziamo su Facebook (o su altri social network) oppure quando perdiamo ore in giochini da mentecatti nati esattamente per tenerci inchiodati in un angolo, da soli, a non pensare.
La definizione di “Machine Zone” è suggestiva quanto calzante: finiamo in una sorta di limbo, una zona dove niente di reale accade se non restarci dentro, sentirsi connessi, muovere il dito e far scorrere commenti e immagini. Non impariamo niente, non facciamo niente e, quando riusciamo a bloccare il loop, ci rimane addosso una pesante sensazione di aver perso tempo senza costrutto.
Ne siamo coscienti, ma poi ci ricadiamo.
Ma se è vero che un’app ci può ipnotizzare, è altrettanto vero che proprio le app ci potrebbero salvare.
Per questo, mi sono innamorato di un’applicazione che si chiama Nextt (www.getnextt.com) che la celebre rivista statunitense Forbes indica come una prima via pioneristica al network del futuro. Infatti, come sostiene il creatore di Nextt Marc McGuire, Facebook tiene connessi con persone che hanno condiviso con noi un passato, mentre Twitter ci immerge in una sorta di eterno presente, un effimero esprimersi in poche battute che si svolge tutto in una dimensione rapida e immediata.
Nextt invece vorrebbe servire a creare progetti per il futuro e a condividerli con le persone che potrebbero davvero aiutarci a realizzarli. Non richiede informazioni, foto, materiali del tuo passato, ma semplicemente qualcosa che vuoi fare concretamente, nel mondo fuori.
Social network anomalo, rifugge dalla contemplazione e spinge all’azione.
Non solo, grazie alla funzione “self-destruct” fa sì che le tue idee non rimangano ad ammuffire per sempre in rete: si autodistruggono appena scaduto il limite di tempo in cui ti sei ripromesso di realizzarle. Un pungolo violento ma efficace a mettersi all’opera senza perdere troppo tempo a contemplarti l’ombelico…
In conclusione, scopo dichiarato di Nextt è essere usata il meno possibile.
Lo trovo una sorta di atto psicomagico e un ottimo antidoto ai mostruosi loop che ci rubano il tempo lasciandoci in balia di quel piccolo schermo e di quel fiume di parole e immagini inutili che scorre, scorre, scorre…

Per saperne di più:
http://www.forbes.com/sites/anthonykosner/2013/11/14/nextt-is-the-social-network-for-the-near-future/
http://www.theatlantic.com/technology/archive/2013/07/the-machine-zone-this-is-where-you-go-when-you-just-cant-stop-looking-at-pictures-on-facebook/278185/

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Michele Mingrone

Nato a Firenze con radici sparse tra Slovenia e Calabria, scribacchino sia su commissione che per losca e privata gioia, indefesso strimpellatore di chitarre e xilofoni, web content editor e grafico freelance. Ma, soprattutto, avido navigatore del nulla, cui dedica le sue energie con indefessa passione.