Il video dell’Isis sulla distruzione delle statue del museo di Mosul ha fatto il giro del mondo. Ma perché addolorarsi per la distruzione di statue assire di circa 3000 anni fa, quando tutti i giorni gli stessi miliziani uccidono persone?

già, perchè?

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no comment n.1

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Ad alcuni sembrerà strano, ma molte persone provano un dolore quasi fisico quando assistono impotenti alla distruzione di importanti testimonianze del passato. Per alcuni è un po’ come quando i ladri entrano in casa e rubano ricordi.

per sdrammatizzare un pò

(per sdrammatizzare)


Per capire meglio cosa si può provare a perdere un’opera d’arte, un monumento o una testimonianza del passato basta ambientare il tutto nella nostra città, Firenze, e tornare indietro di qualche decennio, sino alle mine tedesche che distrussero i ponti e una parte del centro storico. Era il 3 agosto del 1944 e lo storico dell’arte Ugo Procacci, assieme a tanti altri sfollati, era rifugiato dentro palazzo Pitti.

          “Quella sera scesi con mia moglie nel cortile tra la folla dei rifugiati. Improvvisamente, poco prima delle nove, ci fu una terribile esplosione; tutto sembrò crollare e per un momento abbiamo pensato che fosse arrivata la fine. Sembrava che la terra stesse tremando e che il gran palazzo dovesse soccombere da un momento all’altro; da ogni parte cadevano sulla folla vetri e frammenti di finestra, e l’aria diventava irrespirabile. Il terrore si impadronì della folla; alcuni cominciarono a gridare: ‘I ponti, i ponti!‘ Questo riportò un po’ di calma. I più fuggirono immediatamente nelle stanze a piano terreno e nei rifugi; i più coraggiosi si diedero ad aiutare i feriti. Mia moglie ed io tentammo di correre verso i nostri bambini che erano rimasti nel palazzo. Una seconda esplosione ci colse mentre eravamo in uno stretto corridoio tra due cortili. Fummo sbattuti contro il muro insieme ad altre persone. Nell’appartamento i bambini erano calmi; dopo pochi minuti arrivò mio fratello. Dalla cima del Giardino di Boboli, dov’era al momento della prima esplosione, aveva visto una striscia di fumo correre lungo la via Guicciardini a pochi metri dal palazzo. Ora non c’erano più speranze. La mia mente si fermò allora su un’idea fissa: ‘Ponte Santa Trinita, se fosse salvo!‘ Questo pensiero divenne un incubo; non mi lasciava, e spesso, risvegliandomi da uno stato di incoscienza, mi trovavo a ripetere: ‘Ponte Santa Trinita, Ponte Santa Trinita, Ponte Santa Trinita‘. Per alcune ore non ci furono più esplosioni. Con mio fratello raggiunsi le stanze più alte del Palazzo in direzione dell’Arno; tutto era a soqquadro. Guardai dalle finestre sperando di vedere qualcosa in lontananza, ma l’oscurità avvolgeva tutta Firenze. Verso mezzanotte ricominciarono le esplosioni, forti ma non spaventose come le prime due, e continuarono fino all’alba. Alle prime luci guardai dalla finestra verso la Piazza. Non c’era nessuno, ma in un momento da dietro l’ala del palazzo verso Piazza San Felice arrivarono due partigiani. Aprii la finestra e gridai: ‘Dove sono i tedeschi?’ Qui non ce ne sono più, ma sono ancora di là d’Arno!’ mi risposero. ‘E i ponti?’ ‘Tutti abbattuti meno Ponte Vecchio Viva l’Italia!’ gridò uno dei Partigiani. ‘Viva l’Italia!’ risposi. Ma l’Italia non aveva più il suo Ponte Santa Trinita! Scesi nel cortile piangendo. ‘Che succede?’ mi fu chiesto. Risposi ‘Ponte Santa Trinita è distrutto‘, senza nemmeno sapere che cosa dicessi. Qualcuno mi deve aver preso per matto. Ma in quel momento mi ritornò un filo di speranza: e se i Partigiani si fossero sbagliati? Non era possibile uscire dal Palazzo dall’entrata principale; tutte le porte erano sbarrate. Io corsi nel Giardino di Boboli, su su fino al Kaffeehaus. Feci le scale di corsa. `Non si sporga!’ gridò una donna ‘i tedeschi stanno tirando’ Mi sporsi e nella pallida luce del primo mattino vidi lo strazio della mia Firenze. Le rovine d’Oltrarno erano a pochi passi. Quel meraviglioso panorama che per generazioni era stato ammirato da tutto il mondo mostrava ora, lungo l’Arno intorno a Ponte Vecchio, una spaventosa ferita in un tragico primo piano; polvere e fumo seguitavano a levarsi dalle macerie. Non potei rimanere a lungo a piangere sulle rovine. I miei pensieri stavano già cominciando ad assuefarsi a quelle ineluttabili distruzioni, tuttavia non riuscivo a vedere il Ponte Santa Trinita. Scesi dal Kaffeehaus e andai con altri verso il “Cavaliere”. All’improvviso mi passarono vicino dei proiettili. Un cecchino nascosto nel Forte Belvedere sparava contro di noi. Per un po’ ci siamo dovuti nascondere e non ci siamo potuti muovere. Neanche dal “Cavaliere” si poteva vedere Ponte Santa Trinita. Tornai al Palazzo; ora erano arrivate da fuori notizie esatte. Non c’era più da illudersi. Ponte Santa Trinita, mi dissero, era caduto solo all’alba, dopo il terzo tentativo dei tedeschi di farlo saltare. Nell’immensa tristezza, mi diedero una piccola consolazione: il gigante aveva resistito fino all’ultimo alla furia devastatrice del nemico bestiale.

da M.Tamassia (a cura di), Firenze 1944-1945, danni di guerra, ed. Sillabe, 2007, pp. 14-15.

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Emiliano Scampoli

Archeologo e programmatore, insomma uno dei tanti ossimori viventi. Ha pubblicato “Firenze, archeologia di una città” e altro sulla Storia di Firenze in base ai dati archeologici. Qui scrive una rubrica su quello che c’è sotto Firenze e come influenza ciò che sta sopra.