Ho scoperto di essere diventato adulto in una fredda mattina di febbraio quando, dopo aver rotto la tazza del caffellatte, mi sono ritrovato da solo a raccoglierne i pezzi. Ho realizzato in quel momento che non c’era più nessuno che lo avrebbe fatto per me, che mi avrebbe detto dolcemente di sedermi al sicuro sul divano mentre al posto mio si sarebbe messo a raccogliere i pezzi di vetro rischiando di ferirsi. Nessuno che avrebbe più messo toppe o cerotti ai miei guai.

Lo so, immagino che dovrebbero essere altri i momenti di passaggio alla vita adulta: viaggi, incontri, persone che al momento giusto ti dicono cose che ti aprono gli occhi, ma per me è stata solo una tazza in mille pezzi su un pavimento.

O meglio, una tazza e una scena di Cape Fear di Martin Scorsese, quella dove la mia amica d’infanzia Juliette Lewis si dava un po’ troppo da fare con un dito di Robert De Niro. Avevo conosciuto Juliette in un film natalizio con Chasing Chase ed era stata amicizia a prima vista, così ci siamo frequentati, oscillavo tra l’amore per Winona Ryder e l’amicizia che nascondeva qualcosa di più per Juliette, ma poi, in quella scena, ho capito che lei stava diventando adulta, che aveva iniziato a fare i conti con i suoi lati oscuri e che avrei dovuto fare lo stesso anch’io se non volevo perderla. Così mi sono visto Natural Born Killers, Kalifornia e infine Strange Days dove lei era sensuale e piena di turbe psichiche e dove ho capito che l’amavo profondamente e che ero costretto a crescere se non volevo perderla.

Che c’entra tutto questo con The Wolf of Wall Street? non lo so, ma so che se ripenso a quel momento della tazza rivedo la scena a rallentatore come alcune delle migliori scene del regista di The Departed, e so che i film di Scorsese hanno rappresentato in molti momenti della mia vita punti di passaggio, rotture, attimi di cambiamento, situazioni in cui mi sono sentito solo ed esposto. Perché in ogni suo film non riuscivo mai a capire perfettamente dove stava il male o il bene, l’oppresso o l’oppressore, perché provavo attrazione per il mafioso Ray Liotta di Quei bravi ragazzi pur sapendo che la mafia non è una cosa giusta, o come in quest’ultimo caso, per il Belfort interpretato dal sempre incredibile Di Caprio. E lo so, lo so che entrare in una sala convinti di essere dei Cappuccetti Rossi e uscire dopo 3 ore lunghissime di scene ridondanti e tachicardiche avendo provato attrazione per il lupo cattivo non è il massimo per passare una bella serata, ma è così che si cresce. È così che sono i film di Scorsese.

Fonte foto: www.thewolfofwallstreet.com

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.