“Donne che corrono coi lupi” è un saggio di una psicoterapeuta americana nel quale l’autrice sostiene che le donne possiedono una forza selvaggia, antichissima, che però è sopita nell’addomesticata donna moderna, acquietata da secoli di civiltà e cultura. Non so se sia proprio così, posso però dire di avere avuto il privilegio e la fortuna di conoscere donne indomite, di una forza insospettata ed insospettabile, forse anche a loro, fin quando non sono state costrette dagli eventi della vita a farvi ricorso. Queste due donne, spero non me ne vorranno se scriverò i loro nomi, sono per me due amicizie recenti, iniziate per coincidenze del destino, nello stesso periodo tormentato della mia vita, due anni fa, quando mi fu diagnosticata una rara (son fortune!) malattia incurabile (che sto tenendo a bada, però).  Non si conoscono fra loro ma possiedono entrambe la stessa forza di reagire, la capacità di resistere agli eventi drammatici che le hanno travolte ma non schiacciate. Una si chiama Marina e l’ho incontrata in piscina, la incrociavo tutti i giorni nello spogliatoio sempre ciarliera, allegra e molto glamour, una donna curatissima che sentivo parlare spesso del proprio cagnolino tanto da pensare che fosse una così, con una vita scevra da pensieri e paure, un po’ superficiale, tutta shopping e parrucchiere. Poi un giorno iniziamo a parlare, anzi inizia lei, io stavo sulle mie e così mentre ci  esploriamo a vicenda: “Quanti anni hai? Sei sposata? Che lavoro fai?” etc. io, curiosa, le chiedo come mai, se si chiama Marina, ha una collanina con una V invece di una M e lei mi dice serena “è per Viola, mia figlia, è morta in un incidente stradale qualche anno fa”. Rimango impietrita ma lei mi spiega che il dolore per la morte di un figlio non può diventare il motivo per smettere di vivere. “Se reagisci, mi dice, la qualità della vita resta buona, altrimenti la sua morte ci avrebbe spazzato via”. È vero, ma quanto è difficile? Tantissimo ma possibile, l’ho visto fare all’altra donna “lupa”, Flavia, collega di lavoro, che nel volgere di pochi mesi ha riorganizzato la propria vita, sconvolta dalla rapidissima malattia del suo compagno che lei ha accompagnato dolcemente, senza risparmiarsi e sempre sorridendogli, fino alla fine. Sta continuando a sorridere Flavia perché ha scelto di volersi bene e di ricominciare a stare bene e coraggiosamente ha deciso di andare, da sola, in vacanza. Queste due donne determinate, che non tirano a campare come se il tempo di vivere fosse un brutto temporale – mi metto da una parte ed aspetto che finisca – sono per me un esempio da seguire. Non dimenticano ed hanno momenti di sconforto, ovvio, ma sono risolute nel voler Vivere intensamente, anche nel ricordo ma costruendo quotidianamente la loro “nuova dimensione”. Io provo, ogni giorno, a fare come loro. Come mi ha detto Flavia una volta “ho deciso che voglio stare bene”. Magari le faccio incontrare!

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