thumb_S1080001_1024Un mese dopo lo sgombero di Ventimiglia

Dove sono finiti i diritti?

I diritti di viaggiare liberamente, i diritti di manifestare e protestare, i diritti, semplicemente, umani? I diritti di non essere trattati come merce o come oggetto?

In che modo ci siamo evoluti se l’essere così spaventati dall’altro ci ha portato a costruire barriere e confini e a distruggere ciò che non capiamo?

All’alba di mercoledì 30 settembre 12 camionette delle forze dell’ordine (polizia e carabinieri) e 200 celerini hanno iniziato lo sgombero dell’accampamento No Border a Ventimiglia, nella zona dei Balzi Rossi, al confine con la Francia. Attivisti e migranti si sono riparati sugli scogli – territorio “neutrale”, e sono rimasti lì fino alle 18 senza acqua e cibo, controllati a vista da polizia e carabinieri in tenuta anti-sommossa, fino all’arrivo dell’avvocatessa Alessandra Ballerini, specializzata in migrazione, e del Vescovo Monsignor Suetta, grazie al cui intervento pacificatore si è trovata una soluzione.

I migranti sono stati portati al centro della Croce Rossa alla stazione di Ventimiglia senza identificazione, e gli attivisti sono stati portati in questura per le generalità.

Ed è alla luce di ciò che è accaduto che credo sia giusto ripartire dall’inizio.

A giugno un gruppo di migranti nel tentativo di attraversare la frontiera francese è stato respinto dalla polizia e in segno di protesta si è accampato sugli scogli.

Per solidarietà sono arrivate decine di attivisti, per lo più francesi e italiani, che insieme hanno dato il via a un accampamento, occupando un parcheggio vicino agli scogli e provvedendo a costruire docce, bagni, cucina e tutto ciò di cui c’era bisogno, per un vivere degno, nei limiti del possibile.

Hanno occupato suolo pubblico? Sì. Hanno rubato acqua ed elettricità? Sì.

Ma la verità sta nel raccontare anche l’altra faccia della moneta. L’altra faccia dell’occupazione.

Quando sono arrivata all’accampamento, qualche giorno prima dello sgombero, avevo molte perplessità su chi e cosa avrei trovato. Mi aspettavo il degrado, un’organizzazione improvvisata e priva di concretezza. E facce contrite, perché i giornalisti non erano molto i benvenuti.

Ho trovato invece una situazione un po’ diversa.

Certo c’erano materassi per terra e molte tende sparse, e se questo risponde alla parola “degrado”, forse dovremmo aprire il dizionario e cercare di imparare qualche nuova parola da utilizzare nel modo giusto.

Un ragazzo mi ha accompagnato a fare un giro del posto: bagni separati per uomo e donna, docce, un magazzino stipato di vestiti donati da volontari, un ufficio dove poter ricaricare i telefoni, tavoli dove cucinare, un lavabo per lavare i piatti (niente plastica). Sono andata nel bagno delle donne e ho trovato un wc, con tanto di sciacquone e decine di rotoli di carta igienica riposti ordinatamente, e molti prodotti per l’igiene, compresi assorbenti.

Sono rimasta per il pranzo: pasta al pomodoro, leggermente piccante e speziata.

Hanno rigovernato un po’ tutti, attivisti e migranti insieme.

Dopo, c’era chi giocava a calcio balilla, chi si riposava, chi parlava al telefono.

Lo spirito dell’accampamento era proprio questo, credo: fare. Certo riposarsi, dopo il viaggio infinito che molti migranti hanno fatto, ma anche appunto fare, per evitare quell’inattività che secondo gli psicologi può portare alla depressione, e alla mancanza di prospettive per un futuro migliore.

Ho fatto qualche intervista ai migranti al campo, nessuno voleva mostrare il volto, la maggior parte voleva essere lasciato in pace, ma qualcuno ha raccontato la sua storia. La maggior parte veniva dal Sudan, qualcuno dall’Egitto, un ragazzo albanese. Ma il ricambio era frequente, diversi partivano, diversi arrivavano. Molti si portavano dietro il dolore del viaggio in mare, la morte di amici e parenti che non erano riusciti ad arrivare. Storie forti di guerre e povertà, di cicatrici nel corpo e nell’anima.

Ma finalmente erano felici, erano riusciti a trovare un po’ di riposo nella “Bolla”, lo spazio autogestito da migranti e No Border, dove ogni giorno un’assemblea tradotta in francese, inglese e arabo, decideva le attività della giornata.

Molte manifestazioni, molte proteste, e blocchi del traffico. E i Ventimigliesi arrabbiati per il caos.

Anche se manifestavano contro l’ergersi di confini e barriere tra paesi, negando ogni tipo di diritto civile ma soprattutto UMANO? Anche se manifestavano per un futuro migliore, lontano dai soprusi e dalle ingiustizie?

Sì, perché questo comportava scompiglio a chi lavorava oltre confine, da una parte e dall’altra, e, a detta del bar-tabacchi davanti al confine, anche meno profitti.

Dopo pranzo sono andata a intervistare il Monsignor Suetta, vescovo di Ventimiglia-Imperia, sulla situazione migratoria e su cosa era cambiato rispetto a giugno. Gli ho chiesto anche dei 2000 euro che aveva donato ai No Border, soldi che avevano suscitato polemiche, e lui ha semplicemente risposto di averli donati perché servivano per aiutare i migranti.

Certamente il campo era abusivo, ma quello che si faceva all’interno era umanità e solidarietà, sentimenti difficili da condannare.

Dopo l’intervista sono tornata al campo, dove ho ritrovato anche un gruppo di ragazzi fiorentini che conoscevo e che aveva portato vestiti e materiale necessario per chi si trovava lì. Mi ha accolto la musica e un gruppo di ragazzi che ballava. Dal Sudan, all’Egitto, all’Italia. Un ragazzo, credo sudanese, parlava su Skype dal telefono con qualcuno, forse la famiglia, e sorridendo ha rivolto la telecamera a riprendere i corpi danzanti. Qualcuno ha salutato in direzione del telefono.

Poi c’è stata la cena. Nuovamente qualcuno aveva pensato a preparare da mangiare: purè di patate, carote, tonno con cipolla, mortadella. A pranzo carboidrati, e cena proteine: anche i dietologi e nutrizionisti avrebbero approvato!

Mentre si mangiava e si ballava, mi ha colpito questa fotografia: decine di telefoni in carica, in altrettante spine elettriche. Un groviglio di fili e speranze.

Senza telefono si perdono i contatti di dove si è cresciuti e di dove si è diretti.

Io ho visto questo: non solo occupazione di suolo pubblico e furto, ma anche solidarietà, felicità, calore umano. Un aiuto concreto da parte degli attivisti verso i migranti su come muoversi dopo essere usciti dal campo. A chi chiedere aiuto, magari sentendo qualche avvocato conosciuto che potesse dare una mano in varie situazioni. Ho visto vicinanza, fondamentale dopo che si è stati sballottati da una parte all’altra e trattati senza diritti e umanità.

Perché anche questo non può essere regolato dalla legge?

Perché all’alba del 30 settembre le ruspe della nettezza hanno distrutto e buttato via, oltre che sogni e speranza, tende, materassi, vestiti e cibo? Perché non si è cercato di preservare almeno un po’ del materiale raccolto e donato da tantissime persone?

Perché non si sa niente di 20 migranti che non hanno fatto a tempo a raggiungere gli scogli durante lo sgombero e che sono stati portati all’aeroporto di Genova pronti per essere rimpatriati?

Perché attivisti francesi arrivati al confine per portare cibo e acqua a chi era sugli scogli da ore non sono stati lasciati passare e dopo aver depositato il materiale a terra perché le forze dell’ordine potessero distribuirlo un poliziotto ha preso a calci bottigliette d’acqua e panini?

Perché un giornalista francese presente al campo è stato portato in commissariato?

Dove è finita l’umanità? Dove sono finiti i diritti?

 

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Elena Di Bella Manca

Pensatrice a tempo pieno, un po’ italiana, un po’ messicana.
Mi piace scrivere attraverso il giornalismo gonzo: a metà tra narrativa e giornalismo.
Immergersi nell’articolo, entrarci e viverlo di persona. Per capirlo, per approfondirlo. Perché tutto inizia con una storia.