doveQuando tre anni fa mi fu diagnosticato il tumore decisi, viste le cure cui sarei andata incontro, di cedere parte del mio ruolo di “wonder woman” e di cercare una collaboratrice domestica che mi alleggerisse un po’ dalle mie incombenze casalinghe, che stirasse al posto mio, insomma, il quantitativo da lavanderia che si accumula ogni settimana, in paziente attesa, nelle ceste dentro al ripostiglio. Così ho conosciuto Nancy, la signora peruviana che, fino ad agosto 2014, è venuta due mattine alla settimana a sostituirmi. Siamo diventate pian piano “quasi amiche”; perché Nancy era una gran chiacchierona, sempre allegra e sorridente, che diceva che andava tutto bene sebbene, a sentir cosa raccontava, proprio bene bene non andava. Nei due anni che è stata con me mi ha svelato la durissima realtà che viveva ogni giorno, che io potevo solo immaginare e che sicuramente non avrei sopportato. Mi ha raccontato le sue speranze quando arrivò, ventenne, in Italia, a Roma, nascosta in un doppio fondo di un camion assieme ad un’amica, con la paura nel cuore e la speranza di una vita migliore. Di come trovò lavoro presso una famiglia “bene” che la faceva vestire con la divisa nera e bianca e la crestina candida in testa e che si rivolgeva a loro chiamandoli “signora, signore, signorina e signorino”. Per questa desueta abitudine, nonostante le mie proteste, chiamava i miei figli scalcinati “il signorino Cosimo” “il signorino Davide” ed io me li immaginavo usciti da un romanzo di Charles Dickens, vestiti di tutto punto, non con i loro jeans laceri e le felpe sformate contro le quali quel “signorino” strideva.

Mi ha raccontato di come fosse difficile arrivare a fine mese con quello che guadagnavano in due, lei ed il marito, avendo due figli da crescere. Dell’esoso affitto da pagare,900 euro, a fronte di un appartamento malandato, originale del 1958 in tutto e per tutto, affitto che la padrona di casa non intendeva abbassare neanche di 50 euro. Di lei che doveva piegarsi per forza a questa ingiustizia, perché tanto non avrebbe trovato altro. Che per questo risparmiava sul riscaldamento accendendolo solo quando i bimbi erano in casa…e mille altri piccoli-grandi sacrifici lontani anni luce dalle nostre vite agiate. Ecco questo mi/i ha fatto riflettere tutti su quanto fossimo noi fortunati, che non siamo scappati da nulla e non dobbiamo risparmiare sul cibo da comprare o sull’acqua calda. Come considerò Federico una volta “…meno male che è sordo Emanuele e non la Carlita (la bimba di Nancy) altrimenti lei l’orecchio bionico non se lo poteva mettere…” è vero, meno male, ma Nancy non ce l’ha fatta lo stesso e il suo sogno di una vita migliore si è infranto contro i 900 euro di affitto, le troppe rinunce, la diffidenza ed i pregiudizi (i peruviani sono sempre ubriachi e ladri), il fallimento di un’integrazione mai andata oltre l’apparenza.

E così, ad Agosto 2014, Nancy ha raccolto le sue cose ed è tornata in Perù, con marito, figli e cane, generosamente regalatole, cucciolo, da una delle sue tante signore (…per far compagnia ai bimbi…) perché, come mi spiegò, “miseria per miseria, almeno sono a casa mia e mi sentirò accettata.”. Perciò ho smesso di lamentarmi delle mie vicissitudini, almeno io ho sempre avuto mezzi e possibilità, perché sono stata fortunata: sono nata in Italia, non in Sierra Leone o in Perù o in Angola o…io non sono dovuta scappare.

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