«E andovi Ugolino cho la mollgle». Due pellegrini fiorentini a Roma e le memorie del 1300, tra Crociate, Santo Sepolcro e la potenza dei Mongoli.

Se entrate in piazza Santa Croce arrivando dal Duomo, con la facciata del convento francescano di fronte a voi, passate davanti alla piccola edicola che si trova in piazza sulla sinistra e svoltate nella prima strada a sinistra, via da Verrazzano (già via della Fogna). Dopo una cinquantina di metri, sulla destra, poco più che ad altezza d’uomo, potrete scorgere facilmente una piccola lapide marmorea incisa con bei caratteri maiuscoli gotici.

Il breve testo, che riporto in calce, redatto da un ignoto lapicida in un latino due-trecentesco ormai ben lontano dalle forme classiche, mi ha sempre incuriosito e divertito sin da quando mi venne fatto notare da Sylvia Schein, grande studiosa israeliana e amante di Firenze che ci ha lasciati troppo presto. La curiosità scaturiva in primo luogo dalle informazioni veicolate dalla lapide; commissionata per trasmettere memoria duratura del pellegrinaggio romeo compiuto da una coppia di devoti fiorentini nel fatidico 1300, l’anno del grande giubileo cristiano voluto da papa Bonifacio VIII, la piccola targa riporta notizie, o meglio parziali menzogne, molto interessanti.

Il testo fa riferimento alla presunta conquista in quello stesso anno del Santo Sepolcro, quindi di Gerusalemme, da parte dei Tartari – cioè i Mongoli, o meglio quel ramo dinastico dei Mongoli discendenti da Gengis Khan che si erano stanziati nell’area persiana già dalla metà del Duecento fondando il cosiddetto Ilkhanato di Persia – capaci in quello stesso anno, secondo quanto dichiarato nella lapide, di sconfiggere i Mamelucchi d’Egitto e di consegnare devotamente al pontefice e alla Cristianità tutta le terre appena conquistate, cioè la città e i Luoghi Santi. A ulteriore conferma di un evento tanto stupefacente si ricorda nel breve testo che molti di questi Tartari si erano recati a Roma in pellegrinaggio per ottenere le relative indulgenze. Un fatto, questo, che doveva contribuire a rendere ancora più verosimile la notizia della straordinaria conversione al cristianesimo del potente e temuto popolo pagano. I due pellegrini vollero così trasmettere simultaneamente il ricordo del loro viaggio devozionale e degli straordinari eventi che avvennero in quell’anno eccezionale.

Ma cosa era avvenuto nel Vicino Oriente? Davvero i Musulmani erano stati sconfitti e i conquistatori intendevano donare ai Cristiani quelle terre tanto ambite? E gruppi di Tartari si erano recati a Roma al pari di tanti devoti d’Occidente per ottenere il perdono dal pontefice? Oppure ci troviamo di fronte ad un falso?

La menzogna di via della Fogna è piuttosto una mezza verità, una forzatura e in fondo un auspicio. I Mongoli di Ghazan, l’ilkhan del tempo, avevano in effetti condotto una serie di travolgenti campagne tra il 1299 e il 1300, penetrando in profondità nel territorio mamelucco, secondo alcuni cronisti fino a Gaza e oltre. La loro impresa, però, ricordava  una razzia piuttosto che una guerra di conquista

Il divertimento che mi ha sempre procurato la memoria di via della Fogna trae origine, invece, dalla minuscola aggiunta in volgare fiorentino che il committente volle imporre nel margine inferiore destro della lapide: «E andovi Ugolino chola molgle». Anche se il dettato latino risultava facilmente comprensibile, Ugolino – forse incapace di valutarne la chiarezza o ancor meglio spronato dalla più pratica moglie, insoddisfatta della resa finale – volle far aggiungere queste poche parole a certificare la presenza dei due coniugi al giubileo romano, una presenza che il testo non manifestava evidentemente con la necessaria chiarezza. Mi sono spesso immaginato la moglie di Ugolino che osserva nervosamente la lapide nella sua prima versione e fa notare con insistenza al consorte, dopo averlo accusato di negligenza e approssimazione, lo scarso effetto che la stessa avrebbe determinato nei familiari e nei vicini in relazione al loro viaggio romano. E ho poi pensato a Ugolino con crescente simpatia mentre, forse riluttante, convince l’artigiano a rovinare l’equilibrio dell’epigrafe con quella giunta finale tanto stonata quanto comprensibile.

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Luca Mantelli

Luca Mantelli è nato a Torino il 15 dicembre del 1969 (quindi Sagittario come tuttaFirenze) ma aspira da tempo ad essere considerato almeno in parte fiorentino, visto che qui vive dal 1978 e che ama follemente questa città. Impresa non facile alla quale si sta dedicando con tutte le forze. Si occupa di storia medievale – in particolare di rapporti tra la cristianità occidentale e il mondo islamico e mongolo – e lavora presso la Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino (SISMEL) come ricercatore e redattore. Ha fondato nel 2008 insieme a Franco Cardini il Centro Studi sulle Arti e le Culture dell’Oriente (CSACO), attivo a Firenze presso l’Università Internazionale dell’Arte (UIA). Ha collaborato con Silvia Agnoletti alla cura del numero monografico della rivista «La Porta d’Oriente» dedicato a Tiziano Terzani (7/2009) e con Angela Staude Terzani alla stesura del volume Diverso da tutti e da nessuno. Tiziano Terzani nella testimonianza di amici e lettori Roma 2011.