Bulafo-rSalve ragazzi, non ci crederete ma sono davvero tornato!
Dove ero finito? Indovinate! Inghiottito da un wormhole!
Ce ne ho messo per tornare eh? Ma il tempo e lo spazio sono come i treni italiani, non sai mai se rispettano gli orari.
E oggi vi parlerò di una grossa bufala western: perché dal titolo avrete capito che l’epopea del West, al di là delle retoriche del caso, altro non era che una bufala che già è stata riscritta, per cui mi limiterò a una piccola cronaca veritiera, in quanto vissuta in prima persona. Sì, proprio un bel faccia a faccia!
Dovete sapere che taleWilliam Frederick Cody altro non era che uno sbruffone sterminatore di bufali; sparava a casaccio e nel mukki-o! Facile eh? Povere bestie!
Manco fossero orse trentine! Sì vabbé ho detto mukki mentre in realtà erano solo bisonti!
Ma sapete come divenne famoso? Egli divenne un eroe nazionale quando, con voce trionfante, ebbe a dire dopo un diverbio con il Grande Capo Mano Gialla: “Ecco il primo scalpo per Custer!
Ma non s’avvide che Mano Gialla portava la parrucca.
E questo non gli fu mai perdonato dai fabbricanti di parrucche per nativi americani, che gli dichiararono guerra dalle 11 alle 14,30 di tutti venerdì.
E la cosa non portò fortuna al povero Custer, morto a Little Bighorm, investito da un Pick-Up Cherokee guidato da un Sioux di nome White Bull (Thathánka Ská).
Questo è quanto: tutte le leggende sono come una grossa montatura d’occhiali che lasciano poco spazio al campo visivo e perciò tutto risulterà distorto!
Perciò dovremmo evitare di celebrare il mito e non la verità, anche se i miti hanno bisogno di misericordia quanto il resto. Perché Buffalo Bill altro non era che un soldato, un cacciatore, un attore, un esploratore, un impresario teatrale e un portatore sano di Mustacchi alla D’Artagnan che però non lo sottrassero alle sconfitte! E io aggravai il tutto uscendo da un wormhole come un missile, spiaccicandomi sulla sua faccia come una medusa!
E questo mi permise d’assistere alla figuraccia che fece lasciandosi sconfiggere a Roma, l’8 marzo 1890 dove perse una sfida alla doma di puledri contro i butteri dell’Agro Pontino capitanati da tale Augusto Imperiali.
Forse, quella sconfitta fu proprio causata dall’impatto della mia faccia contro la sua: ero in effetti uscito dal wormhole in altra occasione, in quel di Bergamo, dove ero andato per vedere in volto mio nonno materno a quel tempo bambino (non sarebbe permesso dalle leggi che regolano i viaggi nello spazio-tempo ma io sono piuttosto indisciplinato) e lo vidi da lontano proprio durante lo spettacolo itinerante che il Cody portava in giro per l’Italia del tempo. Ma arrivai così velocemente e senza controllo alcuno tanto che, quasi sfondai la faccia al povero William!
Ruzzolammo a terra in una gran massa di polvere e cavalli rovesciati; alcuni capi tribù, spaventati dal rumore accorsero correndo. Toro seduto si alzò per primo ma poi si risedette subito dopo: Calamity Jane rimase dov’era, incollata magneticamente ad un traliccio di ferro, solo Alce Nero si fece vedere ma non disse nulla! Tanto che un medico subito accorso, lo implorò per ore dicendo: “Alce Nero! Parla!!!” Ma lui nulla!
E Buffalo Bill? Beh, quando lo raccolsero da sotto il suo cavallo di nome Brigham,lo trovarono un po’ cambiato causa la mia faccia appiccicata alla sua.
A William non piacqui proprio e continuammo a litigare, lui in bergamasco stretto (pronunciava in continuo Hura, hota!forse condizionato da un Calvino non ancora scritto, e io in uno slang strascicato sibilavo:shut up ugly wash basin with D’Artagnan’s mustache!)
Nei vari parapiglia successivi coinvolgemmo alcuni pellerossa ormai convertiti al cattolicesimo, anche se un po’ confusi sull’origine del presepe tanto che, per adeguarsi alle tradizioni cattoliche, fecero fare due buchi nei Teepee per introdurvi la testa del bue e dell’asinello, impossibilitati dalla forma a cono, a stare all’interno della tenda la notte di Natale!
Me la cavai sparendo in un wormhole prima che Buffalo Bill mi sparasse in fronte con la tecnica del Fanning.
Il resto è leggenda.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.