Ogni tanto quando vado in giro nelle scuole insieme alle persone con cui condivido il progetto della Scuola di Scrittura Porto delle Storie, chiedo ai bambini se sanno cosa siamo andati a fare nella loro classe. Spesso rispondono che siamo lì per insegnargli a scrivere o a leggere, per dirgli come si deve raccontare una storia, per dirgli le regole segrete o i principi della scrittura. La cosa m’imbarazza abbastanza visto che in tutti i miei anni di scolarizzazione non ho mai superato il sei e mezzo in un tema. 

Poi un giorno Andrea, un bambino di terza elementare tutto occhiali e gomma da masticare, alla fine di uno dei laboratori, mi ha detto che ero stato un bravo aiutante scrittore, allora ho pensato che fosse quella la parola giusta: aiutare. E mi sono rilassato. Non insegnare, non elargire segreti, che di fatto non ho, ma semplicemente dare una mano a tirare fuori una storia. Niente di più.

Ed ora è questo che dico ai bambini quando arrivo in classe, che sono lì per aiutarli, che non sono un insegnante ma semplicemente un loro aiutante e gli chiedo se hanno nella loro testa delle storie che vorrebbero tirare fuori. Loro rispondono sempre di sì, e non è una bugia per fare contenti due adulti bizzarri che gli sono piombati in classe e che per qualche incontro rubano la cattedra ai maestri, ma è vero, incredibilmente vero. Ne sono pieni, di storie, di parole, di dettagli e particolari incredibili che noi adulti abbiamo sotterrato chissà dove. E sono storie dove ci sono cose paurosissime come “pelli di serpente dentro un armadio” e amici incredibili, supereroi che passano le giornate al gabinetto e “luridi traditori” che ti lasciano da solo sulla luna, colori tremolanti e alieni a cui spiegare come si gioca a nascondino e quanto sono buone le patatine fritte.

Così li aiutiamo, loro scrivono e noi ci mettiamo al loro fianco, e l’unica cosa che facciamo è fare domande. E sono sempre domande di cui loro hanno la risposta, infatti spesso non ti rispondono a voce ma ti guardano e poi scrivono sul loro foglio, alcuni perfino si coprono con una mano per non farti leggere perché anche se tu gli hai fatto la domanda e sei un loro aiutante, non vogliono toglierti la sorpresa di un colpo di scena. Quindi non devi sapere cosa stanno scrivendo fino a che non hanno finito.

E quelle storie che loro scrivono proviamo a pubblicarle, farne dei piccoli libri, metterle su internet, perché pensiamo che la magia della scrittura stia tutta nel fatto che qualcuno poi ti legge, che diventi un momento condiviso e che in quel momento nasca un piccolo legame, una specie d’incontro fatto di carta e d’inchiostro che magari non cambierà il mondo ma ci farà sentire semplicemente un po’ meno soli.

Penso sempre che sia un lavoro incredibile e che sono fortunato ad ascoltare e incontrare tutte quelle storie bellissime, e quando ho letto di Matteo e della sua maestra che lo aveva aiutato a trovare la sua parola, petaloso, ho semplicemente pensato a quello che facciamo noi nelle scuole e al fatto che Matteo aveva creato quel legame magico. Tutti stavamo leggendo il suo aggettivo, quella parola aveva dato vita a un mondo, a incontri, era già una storia…poi non so cos’è successo. Qualcuno di noi ha pensato che, anche se era una cosa che riguardava un bambino di 8 anni, meritava comunque il nostro sarcasmo e il nostro odio per il semplice fatto che si trovasse su internet. Che come tutte le cose dovesse essere buttata in quella vasca dei piranha che sono i Social Network. E così la maestra viene accusata di narcisismo, facebook deve censurare alcuni post perchè insultano un bambino di 8 anni, poi il profilo della crusca viene ricoperto di insulti e polemiche. Come ogni volta il delirio si ripete, puntuale. Non voglio davvero fare il serioso o il “palloso”, rido delle peggiori battute di Spinoza e Lercio, sono iscritto al gruppo “Bocelli che pensa di fare cose”, ma mi chiedo davvero se non potevamo evitare di sommergere una storia come quella di Matteo con il nostro cinismo, con le nostre insinuazioni e la nostra amarezza. Se potevamo evitare di rompere quel legame magico tra lo scrittore Matteo e i lettori sommergendolo di veleno.

Avrei voluto prendere a schiaffi uno per uno quelli che hanno scritto commenti acidi su petaloso, giuro, non per far del male, ma solo per dirgli: “è solo la parola di un bambino di 8 anni, è sincera, non è Renzi, non è Salvini, non è Grillo, non è una legge che non ti piace. È al di sopra di tutto questo. È solo una parola di un bambino di 8 anni e resterà, a differenza del nostro veleno. Quindi rilassatevi”.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.