Si era alzato con la voglia di distruggere qualcosa, non solo materialmente ma nel suo intimo essere; una distruzione completa, totale, cinica, premeditata, un annichilimento brutale e definitivo. Voleva vedere la morte dell’altro, di un altro, in quella sfaccettatura perdente che tanto lo faceva stare bene; gustava già il sapore della vittoria.

Si sistemò la cravatta guardandosi compiacente allo specchio, poi si appoggiò al letto e si infilò le scarpe. Aprì il cassetto del comodino e tirò fuori un panno elettrostatico. Con cura maniacale lisciò le calzature a lungo. Quando la superficie in pelle rifletté la quantità di luce desiderata ripose il panno nel comodino.

Si alzò e si incamminò verso la meta che aveva individuato da tempo. Fuori pioveva e, pensando allo stato delle proprie scarpe, questo lo mise di cattivo umore.

La forma vivente che aveva deciso di deflorare era contenuta in una teca in una galleria d’arte non molto lontana. La forma era geometricamente perfetta e conteneva inoltre un significato simbolico non indifferente. Obiettivo imperdibile!

Traversate due strade a perpendicolo, dopo appena cinque minuti di camminata agile, si ritrovò davanti alla galleria. All’ingresso una locandina pubblicizzava con enfasi la scultura più prestigiosa lì presente: l’uovo di Kholl.

Salutata la signorina alla biglietteria, si affrettò verso la sala che lo interessava, saltando in velocità le altre stanze. Le poche persone presenti si ostinavano tenacemente nel comprendere alcune opere di avanguardia. La sala blu era a un passo. Vi entrò e si mise comodamente a sedere sulla panca che stava di fronte all’uovo. In quel momento era l’unico visitatore, e l’unica persona presente a parte il guardiano che, sbadigliando assonnato, non lo degnava nemmeno di uno sguardo.

L’opera, poggiata su una piattaforma in tubolari d’acciaio, a circa due metri di altezza, dava un senso di potenza e completezza. Sulla superficie si notavano delle venature color pesca di lievissima intensità, tant’è che a prima vista si poteva pensare a una superficie completamente bianca. Avvicinandosi, però, la tessitura si percepiva meglio e somigliava con un po’ di fantasia a un dedalo di vene eteree. L’uomo si immaginò una suggestione antropomorfa, e questo lo rese ancora più convinto del suo progetto: una sorta di sfida fra pari!

L’uovo era incombente, freddo e autoritario. Una figura possente.

Era il momento di passare all’attacco. Affiancandosi con una scusa al custode, lo tramortì con una pistola a scarica elettrica: sarebbe rinvenuto più tardi, a operazione conclusa. Non essendoci nessuno, trascinò il corpo in uno sgabuzzino adiacente e lo chiuse dentro. Si avvicinò all’uovo. Erano ormai, per così dire, faccia a faccia. Estrasse un martello dal cappotto e senza pensarci un attimo tirò un fendente violento. L’uovo rimandò un rumore sordo, ma non fu minimamente vulnerato. Con maggior ardore, consapevole oltretutto che il rumore avrebbe potuto attirare qualcuno, colpì ancora con più forza, ma col medesimo risultato. Si stava spazientendo. Nel giro di un lungo minuto riempì la superficie di mazzate violentissime, che furono tutte assorbite con signorilità dall’opera d’arte. Con un ghigno estrasse dalla fondina una lugubre pistola. Vi avvitò il silenziatore, tese il braccio e sparò. Il rumore dell’impatto fu secco e non fortissimo, ma non un’incrinatura si produsse sul manto bianco.

«Che razza di materiale è questo?!», pensò, corrucciando la fronte. Una sorta di sordo terrore traversò la mente dell’uomo: si insinuava il dubbio del fallimento. Contro ogni parvenza di razionalità, svuotò l’intero caricatore addosso alla massa sospesa.

Furono forse quel rumore o quel flusso di adrenalina sudaticcia che scossero dal torpore il signor Destino. Questi, che fino a quel momento era stato a guardare le gesta del folle visitatore, decise di muovere una pedina sulla scacchiera della vita dell’uomo. Fin troppo facile: uno dei proiettili tranciò di netto, nella sua allucinante corsa, un tubolare della piattaforma, poi, con un movimento che sembrava venire dall’interno, l’uovo si mosse dapprima impercettibilmente, poi con uno scatto in progressione, e sembrò allungarsi verso l’uomo come una specie di fiera che bracca la sua preda. La forma perfetta compì una mezza rotazione e si accasciò sul petto dell’uomo, fracassandolo immediatamente e permettendo ad Atropo di operare un deciso taglio del mitico filo.

L’uomo giaceva ora a terra, nella posizione dell’uomo di Vitruvio.

In perfetta armonia.

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Filippo Papini

Nato a Firenze (qualche tempo fa) dove vive e lavora. Laureato in Lettere, ha pubblicato i testi teatrali Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, La danzatrice dal ventaglio nero, È quasi ora, Le perdute parole; un poliziesco Giallo mare; una raccolta di poesie Osè e una serie di articoli per riviste di nautica. Nel 2011 ha contribuito alla nascita dell’associazione culturale Arseniko. www.arseniko.it