Forse è abbastanza inutile scrivere un post giorni dopo la morte di Chris Cornell, è già stata dimenticata, sommersa da altre notizie, dalla legge sui vaccini, l’attentato di Manchester e le vuote polemiche locali del web tra moschee, buche per la strada e bidoni dell’immondizia strapieni. Forse dovrei prepararmi dei coccodrilli sugli idoli della mia adolescenza, sarebbe tutto più facile.

Eppure io ancora ci penso. No, non voglio dire che ci penso come se fosse morto un mio amico, non sono ancora così sciroccato, però forse saranno i 40 anni che sto per compiere, sarà il periodo storico violento e brutale che stiamo vivendo, ma a me pensare che lui non ci sia più mi mette tristezza. Mi sembra quasi non ci sia più il me stesso che si chiudeva in camera con le cuffie e ascoltava per 12.345 volte Say hello to heaven sognando di fare l’amore con Winona Ryder oppure semplicemente di riuscire a parlare con Daniela, la ragazza che incontravo ogni giorno sul treno tra San Donnino e Rifredi andando a scuola. E che poi invece apriva gli occhi ed era sempre in camera da solo, tra il poster degli Smashing Pumpkins, l’almanacco panini, l’Amiga acceso con una partita di Sensibile Soccer da finire e la locandina di Reality Bites.

Lo so, ogni generazione ha i suoi miti, i suoi idoli, ma a volte ho la presunzione di pensare che loro, quei tipi vestiti a caso e l’anima stampata sulla faccia, fossero un po’ più sinceri di tutti gli altri. Viviamo sui social e ci vivono anche le star di oggi, eppure mi capita ancora di leggere pezzi d’interviste di Kurt Cobain o Eddie Vedder dell’epoca. E una sola delle loro frasi è diecimila volte più piena di significato e di sincerità di qualsiasi post che leggo oggi. Sembravano senza difese, certo, si sparavano delle pose con i loro capelli lunghi e l’abbigliamento da periferia, ma poi erano incapaci di starsene al riparo. Si raccontavano, sul palco, di fronte alle telecamere, davanti ai giornalisti, come se fosse quella la cosa che più contava per loro. Non il riff giusto o il singolo da mandare in classifica, no, semplicemente riuscire a comunicare con qualcuno, entrare in contatto con altre persone. In modo sincero condividere un pezzo di solitudine. Si sono fatti parecchio male per questo. E in un mondo dove devi mostrare solo di essere forte e aggressivo, a me la loro fragilità manca parecchio.

Era il grunge? Erano gli anni 90? Eravamo noi che eravamo semplicemente adolescenti? Non lo so, già mi sto antipatico a scrivere una cosa nostalgica che mi prenderei a schiaffi. Ma quando Chris Cornell è tornato con gli Audioslave e poi con i suoi live acustici da solista, ho sempre pensato che tutto fosse bello, che tutto fosse incredibilmente come prima. Che anche se avevo 30 anni potevo continuare a dire di non sapere cosa fare nella vita come i protagonisti di Reality Bites, continuare a non nascondere le mie fragilità e continuare a iscrivermi a università che mai avrei finito, perché sarei rimasto giovane e grunge. Perché non mi sarei mai comprato una camicia a tinta unita e avrei indossato le scarpe da ginnastica per tutta la vita. Poi uno come Chris Cornell muore e ti mette davanti alla verità: la tua adolescenza è passata, e in qualsiasi modo sia andata, certe cose te le porterai addosso per sempre.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.