Il “film” riprende dove cominciano gli anni ’70-’80, più o meno dall’inizio di via dell’Argingrosso. Sulle note sparate di Tainted love mangio asfalto come un disperato. Il quartiere mi entra nelle vene. E nelle vene, in quegli anni, quanta robaccia scorreva nei giovani di queste parti. Ancora oggi senti dire per strada che tanti non ce l’hanno fatta, schiacciati dal peso dell’emarginazione. Oh un siam miha all’Isolotto eh!...Oh ma icche tu sei dell’Isolotto!!? Questo era l’Isolotto visto dal resto della città, nel frasario comune. Un posto per disperati, per delinquenti. Il nostro Spinaceto. Il sogno di un quartiere a misura d’uomo si schianta su queste strade. Un frontale con questi palazzi, sempre più alti e più grossi. I misurati palazzotti anni ’50 si modificano geneticamente mano a mano che ci si avvicina al Ponte all’Indiano, si gonfiano e, come Hulk, si strappano le vesti. Infine, la mutazione giunge a compimento: ritornano i maledetti casermoni. Prima di arrivarci c’è un passaggio dagli anni ’70 in cui questa tendenza è parzialmente mitigata dalla ricerca di spazi residenziali più consoni al viver bene: internamente stanze e terrazze ampie, altezze ragguardevoli, finiture di maggior pregio, appartamenti spaziosi. Esternamente cemento a vista. Brutale. Giù la maschera, gli edifici seguono le ideologie del periodo: contestazione, liberazione dell’individuo, trasgressione. Ma dura poco. Perché arrivano loro, i magnifici anni ’80. Ottimismo, consumismo, voglia pazza di fare un po’ come cazzo ci pare, la Firenze da bere, l’edilizia per mangiare. Adesso vedo comparire edifici abnormi, tanto nelle dimensioni esterne quanto negli spazi, minimi, disossati ed incasellati per ogni famiglia. Spesso strutture prefabbricate, palazzi tirati su come con i mattoncini della Lego, vecchi già dopo un anno di vita.

Che fine ha fatto il sogno dell’Isol8? Per molti aspetti si è perso per queste strade, stritolato dalle logiche di massimizzazione speculativa dello spazio, come del resto nella gran parte del territorio italiano, a spese di chi ci vive. Solo un’accorta e puntuale politica amministrativa del Quartiere, negli ultimi 2 decenni, ha consentito di tenere viva la fiammella accesa negli anni ’50 e di alimentarla nutrendola dei principi ispiratori della Fondazione. Oggi all’Isolotto si vive bene. C’è molto verde, ci sono i servizi che un tempo si dimenticarono di fare, centri commerciali, la più grande e più viva biblioteca di quartiere della città, scuole, spazi per lo sport. C’è equilibrio. E non è un caso che succeda qui, anche se a tanti anni di distanza dalla prima pietra. E non è un caso che, nonostante l’equilibrio raggiunto, si continuino a vedere, all’uscita delle scuole, nei bar, ai giardini, facce di chi sa cosa vuol dire sudarsi i giorni, di chi sa di averla scampata bella. E negli occhi malinconici la consapevolezza che le cicatrici del passato, anche nei giorni più sereni, si possono nascondere ma non eliminare.

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.

TESTTTTTTTTT

Isol8

TESTTTTTTTTTT

Una cagata di film!