“Largo ai giovani”, “A casa chi ha fatto il suo corso”… Affermazioni che rimbalzano in molti ambienti lavorativi, facili da dire, difficili da pensare.

Dal lavoro alla quotidianità, so cosa aspettarmi da chi non ha ventanni. So che ad una conferenza stampa preferiscono veder arrivare un viso più adulto, e so che al ristorante sarò sempre l’ultima a cui verrà portato il menù. Posso ricevere comprensione e appoggio da chi ha qualche decennio in più sulle spalle, ma so che non devo aspettarmeli. Non mi stupisco più se un barista del centro serve il caffè in modo più svogliato a una 24enne, rispetto che a mia madre, e se in un negozio di vestiti sia lei ad essere più coccolata. Ho imparato ad accettare la sfiducia e la diffidenza di chi ha a che fare con un ventenne nel lavoro, e so di non venire presa sul serio se dico che ho una professione in tasca, (anche se in tasca ce l’ho davvero, perché nel mio portafoglio c’è un pezzo di cartoncino con scritto che sono una giornalista). Quello che non voglio accettare è di ricevere lo stesso trattamento da chi andava a scuola nei miei stessi anni, da chi guardava i miei stessi cartoni animati, e mangiava le mie merendine (e piangeva la scomparsa degli Urrà con le sorprese di Sailor Moon). Da chi dovrebbe comprendere le difficoltà di un ragazzo che prova a farsi spazio in una professione. E’ una tirata di orecchie alla mia generazione, a chi non è disposto a fidarsi di un coetaneo, a chi non sa apprezzare professionalità e talento quando gli anni hanno ancora un 2 davanti. Credo che il pregiudizio nei confronti dei ventenni pressappochisti e sfaticati sia talmente dilagante da aver condizionato anche noi. Abbiamo ancora bisogno del babbo, lo vogliamo, un babbo. Sappiamo ascoltare chi ha l’età dei nostri genitori, sappiamo fidarci solo di un capello brizzolato.

Quanti di noi a scuola con i professori più giovani ci siamo concessi un po’ di confusione? Ma ora non siamo più a scuola, ora ci siamo solo noi, con quello che vogliamo realizzare, e che vogliamo veder realizzato. Pensiamoci noi intanto a prenderci sul serio, poi vediamo se ci riusciranno anche i baristi e le commesse.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.