Vagare per bancarelle, sotto i portici di piazza della Repubblica, ai Ciompi, lungo le vie del centro o nei mercati settimanali offre chances infinite. Noi cominciamo da qui, perché, in un certo senso, è da qui che tutto ha inizio. Pochi altri testi sono in grado come Fahrenheit 451 di evocare il Libro, il suo corpo “scivoloso e ambiguo”, le ragioni che possono “convincere una donna a restare in una casa che brucia” pur di non essere costretta a rinunciarvi. Non si tratta delle pagine di carta, naturalmente, che pure in tempi di dematerializzazione mostrano più che mai il loro senso e la loro poesia. Si tratta di ciò che il libro consente, ossia “toccare la vita” che un altro ha toccato, entrare in rapporto con innumerevoli Altri e dunque col mondo; chiedere, cercare, immaginare che non sia tutto qui. In un dialogo silenzioso e inestinguibile, il libro può offrire tutto questo. E se è vero che una vita non è pace ma – appunto – vita, come sostiene Ray Bradbury “a noi occorre non essere lasciati in pace”.

Federica

 

Storia

La prima uscita del romanzo fu nel lontanissimo 1953 sulla rivista “Urania Rivista” in due puntate la 13 e 14, col titolo Gli anni del rogo ed era il compimento finale di una racconto del 1951, The Fireman, edito sulla rivista di fantascienza americana “Galaxy Science Fiction”. Edizione commentata: Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, Oscar settimanali n.78, 1966

Trama

In un ipotetico ma prossimo futuro, i libri, considerati come veleno per la mente, sono banditi dalla società che ha addirittura costituito un corpo speciale di Vigili del fuoco col solo scopo di bruciare tutti quelli che vengono trovati. La storia ci racconta la presa di coscienza di Guy Montag, vigile del fuoco appunto, che lentamente si affranca dal suo modello di vita mettendosi contro la legge. Divenuto fuggiasco trova aiuto in un vecchio professore universitario e successivamente si aggrega ad una sorta di gruppo rivoluzionario nomade con lo scopo di riportare in vita il sano uso dei libri e la loro funzione vitale di informazione.

Commento

L’autore del libro, Ray Bradbury, morto alla veneranda età di 92 anni, appena qualche mese fa, si prefiggeva di usare la fantascienza come veicolo per leggere nel futuro. Chi ha letto molta fantascienza sa che la fantasia degli autori è veramente ineguagliabile ma quasi sempre è difficile trovarvi una reale visione del futuro. Fahrenheit 451 è, al contrario, un vero e proprio salto nel tempo. Come non trasalire alla geniale idea delle pareti-video che ricreano 24 su 24 l’ambiente di una “famiglia” ideale che tiene conforto, compagnia all’ideale spettatore che si rilassa all’ascolto di continue conversazioni domestiche; le nostre soap-opera e reality sono appena un gradino sotto ma poggiano sulla stesso concetto.

Si descrive una società che usa la censura e si basa sulla delazione, anche in ambiente familiare, per dare la caccia ai libri e ai suoi possessori. Il capitano Beatty, superiore diretto di Montag, ha però letto moltissimo, è colto e cita a memoria i classici ma non concede nessuna chance a chi fosse dubbioso sull’importanza della lettura. A tratti sembra di rivivere le persecuzioni della Santa Inquisizione: ambienti cupi e un aleggiante e incomprensibile senso di colpa pervade i personaggi. Società fragile che si regge infatti sulla paura e chi non ha un briciolo di senso della realtà, sprofonda nell’alienazione come la penosa moglie di Montag, Mildred, che messa alle strette, denuncia il marito stesso pur di continuare a vivere la propria insulsa vita priva di obiettivi.

Con stile asciutto, l’autore pennella i pochi personaggi che s’incontrano nel libro: l’eterea Clarissa, ragazzina romantica e sognatrice, che per prima stimola alla riflessione Montag; Faber, il vecchio professore umanista, che rivede in Montag il coraggio e l’audacia di quando era giovane e trova l’energia per ritornare a combattere per un ideale. E infine Montag, il protagonista, che da stolido esecutore, acquisisce, prima istintivamente poi sempre più consapevolmente, l’idea di dover fare qualcosa per cambiare la sua vita vuota e supina.

Ci si affeziona, credo, più che al personaggio, proprio al concetto che Bradbury ci trasferisce, quello che, vale sì spendere una vita, rischiando quando necessario e mettendo tutto in discussione, ma per qualcosa di alto, di contenuto, in altre parole per dei valori veri.

Questi valori, complice una improbabile banda di vecchi umanisti, un po’ selvaggi e un po’ hippies, risorgeranno infine proprio come la mitica fenice, da cui il più che esplicito sottotitolo del libro.

Racconto privo di effetti speciali, scarno di descrizioni geografiche, con scenografie appena accennate ma fluido e abbagliante nel mettere a … fuoco(!) e nell’ammonire il lettore e la società nel non cadere in un nuovo medioevo. Una lettura corroborante per lo spirito, un grande libro da rileggere o da scoprire per la prima volta.

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Filippo Papini

Nato a Firenze (qualche tempo fa) dove vive e lavora. Laureato in Lettere, ha pubblicato i testi teatrali Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, La danzatrice dal ventaglio nero, È quasi ora, Le perdute parole; un poliziesco Giallo mare; una raccolta di poesie Osè e una serie di articoli per riviste di nautica. Nel 2011 ha contribuito alla nascita dell’associazione culturale Arseniko. www.arseniko.it