false_speranzeQuando ho scritto degli aspetti critici di Londra, sono stato “accusato” di togliere anche l’ultima speranza, quando ne ho sottolineato alcuni aspetti positivi, sono stato “accusato” di dare false speranze, eppure parlavo della stessa città.

Per molti sembra difficile comprendere che la capitale inglese, pur con tutte le sue aberrazioni, resta un’opportunità per tante persone, spesso l’unica a disposizione, per ricominciare da qualche altra parte che non sia l’Italia, un punto di approdo più facile di altri, per la sua vicinanza, per la lingua, che spesso è l’unica lingua straniera che bene o male conosciamo, per la presenza di una grossa comunità di italiani, per la facilità con la quale vi si trova lavoro.

Pensavo fosse superfluo dire che emigrare non è facile, evidentemente non lo è, abituati come siamo alle favolette propinateci sotto la categoria fuga dei cervelli. La parola “sacrifici” spesso si perde in mezzo a quelle storie, viene messa lì per dovere di cronaca, senza alcuna spiegazione, approfondimento, e uno al massimo si immagina un breve collage di spezzoni da film con la colonna sonora Rocky, in cui il nostro eroe da pezzente diventa milionario.

Quindi per gli assidui lettori di certe rubriche, ricapitolando, emigrare non è facile. D’altra parte, se non fossimo accecati dai pregiudizi avremmo già potuto intuirlo prima di partire, scambiando due parole con chi è venuto a vivere nel paese che abbiamo lasciato.

Non è facile emigrare a Londra come non lo è emigrare in qualsiasi altra parte del mondo. Lo dico perché spesso mi pare di percepire nelle parole di alcuni italiani residenti a Londra da qualche anno (emigrati) come un senso di superiorità, come se dicessero che loro ce l’hanno fatta perché sono speciali, ma che gli altri non ce la possono fare, come se loro avessero scelto la metà più difficile e avercela fatta desse una misura della loro persona, come se per ogni altro che ce la fa, si sentissero meno speciali. Altre volte invece sembra trasparire un risentimento nei confronti di Londra perché non hanno avuto quello che si aspettavano o quello che pensavano di meritarsi.

No, non è facile ovunque si vada. Serve spirito di adattamento. Che tu abbia una professionalità specifica oppure no, può darsi che all’inizio ti debba adattare a fare altro, e può darsi che questo inizio sia piuttosto lungo. C’è da abituarsi a condividere con degli estranei case fatiscenti, e può passare del tempo prima che si trovi quella giusta, in termini di qualità, distanza da lavoro e sanità mentale e igienica dei coinquilini. Può passare ancora più tempo prima che tu riesca ad avere una casa per conto tuo. C’è da ricordarsi che vivere in centro costa di più che in periferia e mi dicono che sia così pure in Italia. C’è da fare i conti con una megalopoli (nel caso di Londra), con i suoi ritmi e le sue distanze e non sempre è semplice provenendo da città molto più piccole o addirittura paesini di provincia. C’è da ambientarsi in un paese diverso da quello in cui hai vissuto per tutta la tua vita, il che vuol dire a volte non riuscire a trovare le cose più semplici, dalle zucchine chiare ai calzini lunghi, dal bidet all’estathè, ma anche e soprattutto le persone care, gli amici e i luoghi di sempre. C’è da tenere a mente che potresti non essere il benvenuto dove andrai e che ci si parla una lingua diversa, e che questo a volte ti farà sembrare tutto la copia di una copia di una copia. C’è soprattutto da mettere in preventivo che non è detto che tutti questi sacrifici verranno automaticamente “ripagati”, Londra non è l’America, come dicono in tanti, e personalmente credo che neanche l’America sia mai stata l’America, come molti la intendono, e che quindi un eventuale “fallimento” non vada preso come un dramma, come la fine di tutto, meglio prenderlo come una lezione da cui capire cosa si è sbagliato, come tante altre lezioni nella vita. Poi la storia continua. Non è obbligatorio finire nella rubrica degli emigrati di successo.

Che poi c’è questo concetto lineare progressivo della vita che ci è stato inculcato a forza e per cui si deve sempre arrivare a qualcosa, che poi non è mai abbastanza, ma che soprattutto ci fa giudicare le vite degli altri e la propria in termini di successo o insuccesso, di falliti e vincitori secondo parametri dettati da fonti indiscutibili tipo GQ, Maxim, ForMen, Fox Uomo, Men’s Health. Mai ci venisse in mente di pensare che ognuno possa avere la propria idea di successo, se mai l’idea di successo avesse un senso, come se ci fosse una specie di nirvana raggiunto il quale è tutto un godere. Mai che ci venisse in mente che la vita è quella che abbiamo e che forse sarà più o meno così com’è per sempre, cioè fin quando finisce, e che addirittura a qualcuno potrebbe andare pure bene così com’è, senza vincere il Nobel, il Pulitzer, l’Oscar, il Pallone d’Oro, il Premio Strega, il Grammy Awards, il Grande Slam, mai che ci venisse in mente che a qualcuno possa andare bene una vita tranquilla, normale, senza premi.

Scusate, mi sono perso. Volevo solo dire che emigrare è difficile, più o meno come vivere.

(Visited 225 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua