IMG_3693Oggi certamente vi domanderete: cosa vuole dire far dirudina?  E tutto questo cosa c’entra con i modi di dire fiorentini?
Eppure, proprio e solo nella nostra città, dal 28 febbraio del 1512, almeno fino alla fine dell’800 questo era un termine più che popolare, e veniva usato al posto del meno prosaico “dare una coltellata a tradimento“.
Era la fine del primo decennio del XVI secolo in una Firenze laboriosa, colma di ricchezza in mano solo ai magnati che gestivano la mercanzia, che governavano i mercati, le merci. Poche persone, ma maledettamente ricche, in pieno contrasto con la stragrande maggioranza della popolazione formata da un’enorme massa di poveri, diseredati, mendicanti, servi, schiavi, operai, artigiani che lavoravano dall’alba al tramonto per un solo pezzo di pane.
Ovvio che di rabbia sopita ce n’era in grande enormità, ed in questo clima nasce la nostra storia che è progenie del detto.
Lavorava al Mercato Nuovo un certo Giovanni di Iacopo Morosini, chiamato da tutti “Dirudina”, di 42 anni e di mestiere ciabattino scalpellinaio (cioè batteva tutto il giorno il cuoio per renderlo morbido e fabbricare le “pianelle” che erano delle calzature di lusso, sia da uomo che da donna, all’epoca molto in voga).
Naturale che ricchi signori frequentassero la sua bottega o si fermassero nei pressi, magari spesso facendo capannello dialogando tra loro. Parlavano dei loro affari e di come potevano arricchirsi sempre più a discapito della povera gente che di fame ne soffriva veramente.
Tutti quei discorsi, che mostravano solo la cupidigia dei potenti, senti oggi, senti domani, fecero montare il sangue al cervello di quel mite ciabattino sempre visto tra i banchi a capo chino intento a battere quella pelle tanto dura che diventava quasi velluto dopo ore lunghissime di lavoro. Canticchiava sempre “Dirudina” e lo faceva da decenni, sempre a capo chino senza fiatare, senza mai lamentarsi.
Era un vulcano che stava per eruttare. Infatti una sera, alla fine della lunga giornata, incontrò per strada un giovane nobile di quella combriccola che ormai conosceva bene. D’istinto lo seguì e vide dove abitava. Di fronte al suo sontuoso palazzo enorme fu la sua meraviglia nel vedere tanta magnificenza che subito si trasformò in una folle rabbia.
Lo attese nell’ombra e aspettò che uscisse nuovamente per andare a fare baldoria come tutti i giovani benestanti usavano fare. Lo seguì e in un buio vicolo lo assalì colpendolo molte volte con il suo lungo ago da lavoro per poi fuggire. Il cieco odio si era materializzato.
Con questo assassinio iniziò una lunga serie di omicidi, fino ad arrivare, sembra, a trenta. Ma l’ultimo delitto gli fu fatale e fu finalmente scoperto.
Dopo appena due giorni “Dirudina” fu impiccato sul prato della giustizia e poi squartato, ma il suo nome rimase per secoli sulla bocca di tutti i fiorentini, finché anche per lui è arrivato l’oblio.

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Maurizio Bertelli

Da sempre innamorato di Firenze e della sua storia, per diletto e passione scrive spaziando dalla saggistica si romanzi, fiabe, racconti, modi di cucinare sempre improntati sulla fiorentinità.