I Duran Duran nel 1983. Da sinistra: Andy Taylor, Roger Taylor, Simon Le Bon, John Taylor, Nick Rhodes

Bisogna fare una premessa: sono una millennial amante degli anni ’80. Sono nata nel 1992, ma mi sento più vicina alla musica “vecchia scuola” che alle sonorità di oggi.

Mi discosto dalle frasi fatte tipiche delle persone che hanno vissuto gli anni d’oro, tipo “oggi non esiste più la vera musica, pensano solo ai soldi e all’immagine” perché credo fermamente che anche oggi esistano persone che fanno la loro musica col cuore e davvero vogliono comunicare qualcosa. Sono soltanto più difficili da scovare paragonati allo straripante marasma di prodotti di tendenza usa e getta, che hanno molta più visibilità.

Preferisco la musica di qualche decennio fa perché la percepisco come più coinvolgente, autentica ed affascinante. Le atmosfere dei video mi piacciono di più, noto persone che suonano divertendosi, che propongono la musica che amano con meno presunzione.

Quando vado nel reparto musica di qualsiasi libreria poi noto incuriosita come fiocchino le biografie di artisti giovanissimi, molto spesso dei rapper, che magari hanno pubblicato un solo album. Non è un po’ presto per scrivere una biografia? Che poi mi immagino cosa ci sia scritto: “Sono stato in tour e l’asciugamano non era del colore giusto. Questo mi ha ferito molto, allora mi sono tatuato le braccia e il dolore se n’è andato. L’inchiostro però adesso è impresso nella mia pelle, capisci? Così me ne ricorderò per sempre, è parte di me”.

Comunque, non sono sempre stata un’amante della vecchia scuola.

Quando ero piccola gli anni ’80 mi parevano brutti e imbarazzanti. Tutta quella gente con quei capelli cotonati e i vestiti dai colori sgargianti e metallizzati mi pareva davvero kitsch. Ma dove andavano conciati in quelle condizioni? Mah.

Poi in prima liceo, nel lontano 2006, coi Guns ‘N Roses qualcosa inizia a muoversi a loro favore: pantaloni di pelle, chiodo e capelli cotonati iniziano a sembrarmi fighi, simbolo di una musica che esorta a divertirsi e fare festa.

Sempre muovendoci all’interno degli anni ’80, dai Guns sono passata agli AC/DC, Iron Maiden, Metallica, Judas Priest, Motley Crue, WASP, Girlschool (finalmente una band al femminile!), per poi spingermi verso il thrash metal più tirato” come Sodom, Slayer, Anthrax, Overkill e Onslaught.

Contemporaneamente alla musica più dura, ho iniziato a coltivare la passione per la musica pop dell’epoca. Al contrario di quello odierno, il pop di artisti come Tears For Fears, Simple Minds, Eurythmics, aveva una grande capacità di coinvolgermi anche quando mi sentivo una metallara dura e cruda.

Pure alcuni dei miei film preferiti sono dei pilastri simbolo di quel decennio, come Ghostbusters, Ritorno Al Futuro, Alien e Terminator.

Arrivando al dunque, i miei due maggiori tramiti verso gli anni ’80 sono i miei genitori, mia madre del ’62 e mio padre del ’60, che facevano parte dell’unica stazione radiofonica del mio paese, Radio Signa.0, ma non sono mai stati appassionati dei Duran Duran.

Io invece ho iniziato ad ascoltarli un po’ più di un mese fa, dopo aver visto “Save A Prayer” sul canale tv di Radio Capital ed essermi innamorata della melodia e dell’ambientazione esotica del videoclip.

Del resto, mi mancava l’ultimo tassello da aggiungere al mosaico della tamarraggine anni ’80, e mica uno da poco!

Sono rimasta stupita che la canzone fosse loro, da quello che avevo sentito dire pensavo fossero la classica band di bellocci incapaci di suonare. Niente di più falso! A parte i tormentoni anni ’80, che comunque apprezzo, “Come Undone” e “Ordinary World” sono canzoni straordinarie, probabilmente le migliori che abbiano fatto, risultato di una notevole maturazione musicale e testimoni del fatto che Simon Le Bon & compagnia sono capaci di fare il proprio lavoro.

Apprezzo molto anche la loro capacità di mutare sonorità e senso estetico nel corso degli anni.

I miei all’inizio si sono mostrati un po’ scettici nei confronti di questa mia nuova passione. Non ne andavano pazzi e in radio non li trasmettevano di loro spontanea volontà, li mettevano solo se venivano richiesti da qualcuno.

La mia mamma ha subito precisato che preferiva gli Spandau Ballet e che non sopportava le sue coetanee che li idolatravano istericamente. Però, facendoglieli riascoltare dopo più di trent’anni, senza il contorno delle urla delle ragazzine esaltate, ha ammesso che non sono male ed alcune canzoni sono carine.

«Mi hanno fatto una testa così con Simon Le Bon, erano tutte pazze di lui… E poi ad alcune piaceva quell’altro! (John Taylor)», mi ha detto con l’enfasi di una che si è trovata suo malgrado ad avere a che fare con certe dinamiche.

John Taylor, detto anche “quell’altro”.

Per chi non lo sapesse, ha collaborato alla realizzazione della colonna sonora di 9 settimane e ½:

Ho così scoperto che i più fighi del gruppo erano loro due, coi relativi schieramenti in cui erano divise le fan: team Le Bon e team Taylor – io faccio parte del team Taylor. Le Bon però riscuoteva più successo, da quello che mi par di capire anche da film del calibro di “Sposerò Simon Le Bon”, ovviamente nostrano.

Anche il mio babbo a sua volta ha ripetuto: «I Duran Duran? Meglio gli Spandau Ballet!», allora ne ho dedotto che dovevano essere le due band in competizione dell’epoca. Mi ha infatti spiegato che i Duran Duran erano quelli più commerciali e li ascoltavano tutti, soprattutto i più tamarri e meno “esperti” di musica, mentre gli Spandau erano per palati più fini.

Da giovane non gli piacevano, ma a distanza di anni anche lui riconosce la loro bravura (sarà stato invidioso di tutte le donne che gli andavano dietro? Scherzo babbo!).

Una cosa mi viene da pensare: ma se i gruppi vengono rivalutati nel tempo, i miei figli tenteranno di convincermi ad ascoltare gli One Direction e Justin Bieber?

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Elena Sofia Frati

Studentessa di Lingue dell’Università di Firenze, classe 1992, appassionata di musica, cinema, letteratura. “Canto” e “suono” per la gioia dei miei vicini. Interessata alle questioni di genere, amo scrivere ed avere una stanza tutta per me per poterlo fare.