Ma dove ero sparito secondo voi? Ben due settimane di fila senza dare mie notizie?
Lo so che siete stati bene lo stesso (io no però eh? Mi siete mancati). Vabbé per farla breve, mentre stavo per entrare in un cinema dove proiettavano un film contro uno schermo sbattendocelo con forza, sono incappato in un wormhole imbizzarrito che mi ha proiettato nel passato di pomodoro e da lì sono finito fra gli ungulati a rimestare letame di cavallo nelle stalle di Dublino in un lontano 1710.
E fu lì che incontrai faccia a faccia un tale di nome George.
E che ci faceva lì il filosofo, teologo e vescovo irlandese chiamato George Berkeley, uno dei tre grandi empiristi britannici assieme a John Locke e David Hume?
Ma è semplice! Raccoglieva campioni con l’intento di scoprire un medicamento miracoloso che, nel 1744, avrebbe dovuto cancellare le epidemie che colpirono l’Irlanda.
Il fatto è che quando mi vide apparire dal nulla indietreggiò impaurito e lo stallone che stava alle sue spalle scalciò mandandolo proprio a sbattere contro la mia faccia imbronciata. Questo impatto ci precipitò in un vortice di incertezze: attraversammo la Russia degli Zar proprio quando il popolo scoprì che lo Czar e lo Tzar erano la stessa persona, perdendo così la propria innocenza.
Ma il popolo non dormì quella notte, perché come ben sapete, la Rivoluzione, russa! Giungemmo poi alle Ardenne nel 1944 mentre qualcuno cantava Wacht am Rhein, ma era troppo stonato e Hitler non l’ebbe vinta; superammo le tribù mongole quando Gengis Khan imponeva la sua breve ombra sull’Asia, precipitammo giù dalla rupe di Tarpea senza toccare il fondo, scivolammo ai piedi della Duse aggrappandoci ad un tendaggio, tirando giù tutto il teatro, e poi ci ritrovammo nell’Irlanda del 1745 dove finalmente potemmo discutere della dottrina di Berkeley che escludeva l’esistenza assoluta dei corpi, salvo quando si andava al bagno (da cui “andare di corpo” assumeva un suo valore metafisico e metà chimico).
Quando chiesi a Ber (keley, non “lusconi“!) come fosse giunto a questa conclusione lui mi disse d’aver tratto ispirazione dal mio precedente racconto sull’inesistenza di Woody Allen, definendomi così, un fine filosofo maturo per i tempi che sarebbero venuti.
La cosa non mi piacque! Filosofo a me?
Quando lo colpii con una cornamusa d’oro massiccio stava portando alle estreme conseguenze l’empirismo di Locke negando l’esistenza della materia non ricavabile dall’esperienza, anticipando così lo scetticismo di David Hume.
Lo raccolsero da terra mentre mormorava frasi senza senso; aveva perso il Hume della ragione.
Il resto è leggenda.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.