L’espressione “nativo digitale”, nata nel 2001, indica la generazione di coloro che, nati approssimativamente dalla fine dello scorso millennio in poi, sono cresciuti utilizzando (o, meglio, vivendo) la tecnologia (computer, smartphone, internet, etc.) come un fatto naturale.

L’espressione, almeno inizialmente, aveva lo scopo di distinguere chi con la tecnologia era cresciuto da chi alla tecnologia si era dovuto in qualche modo adattare o convertire (“immigrati digitali”) e da chi non ci si è mai adattato del tutto e guarda la tecnologia con diffidenza (“tardivi digitali”).

Come tutte le classificazioni, anche quella di “nativi digitali” è risultata presto limitativa, visto che tra loro non tutti dimostrano la stessa competenza, o quanto meno, propensione digitale. Sono quindi nate definizioni alternative, sottoclassi e correnti terminologiche in una quantità tale da disorientare i non addetti ai lavori (scopo primario delle attività di tutti gli addetti ai lavori in qualunque settore).

Non è questa la sede per addentrarsi nelle sfumature di significato di espressioni come “residenti digitali”, “visitatori digitali” o “saggi digitali”. In questa sede ci preme sottolineare un aspetto che talvolta viene posto in secondo piano relativamente alla “generazione digitale”, cioè la forma mentis dei nativi digitali. Spesso si confonde la propensione all’uso del mezzo digitale o la dimestichezza nell’uso del mezzo digitale, con la “forma mentale digitale” che è qualcosa che si spinge oltre all’uso del mezzo tecnologico e che ne implica, invece, la metabolizzazione. La introiezione dello strumento è ben altra cosa rispetto al suo utilizzo.

Un immigrato digitale che, per esempio, viva di tecnologia per lavoro (e/o per passione), come ad esempio uno sviluppatore software, dimostra una propensione alla tecnologia che può essere addirittura superiore a quella di un nativo digitale, ma difficilmente ne avrà la forma mentale.

In cosa si concretizza questa differenza?

Un esempio chiarificatore

Dicembre 2016; genitori “immigrati digitali”; figlio “nativo digitale”: Lorenzo, anni otto.

Vistosi interrompere nella sua elencazione verbale di cosa avrebbe gradito come regali di Natale, a fronte della proposta formulata dai malcapitati genitori di scrivere la tradizionale letterina a Babbo Natale, Lorenzo ha dimostrato la sua “natura digitale” obiettando con un assai concreto «Ma non potete mandargli un WhatsApp?».

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.