Forse Zoff…

ha fatto il portiere perché non ha mai avuto troppa voglia di parlare e allora, quando al campetto di Mariano del Friuli, dopo la scuola,  si formavano le squadre a pari o dispari, lui non diceva, come i più svegli, “io gioco all’attacco, eh!”, ma andava dove lo mettevano, cioè in porta, che poi non era una vera porta, ma uno spazio, con le margherite intorno, fra una cartella e un maglione.

Forse Zoff…

ha fatto il portiere perché non ha mai avuto troppa voglia di correre, di fare fatica su e giù per il campo, e anche quando parava, nella Juve o in Nazionale, si muoveva poco, il meno possibile, era già lì quando la palla arrivava;

Forse Zoff ha fatto il portiere perché era un lavoro come un altro e forse anche meglio di altri, perché poteva starsene da solo a pensare e a guardare il cielo, fra un’azione e l’altra;

Forse Zoff ha giocato 332 partite in fila in serie A, non ha subito gol per 1142 minuti consecutivi in Nazionale, perché quello era il suo lavoro, il cartellino da timbrare, semplicemente il suo dovere.

Forse Zoff…
quando all’89’ del 5 luglio 1982, allo stadio Sarrìa di Barcellona, che ora non c’è più e al suo posto ci sono case, uffici centri commerciali; quando Eder, il donnaiolo Eder, che aveva un cicatrice sul braccio, segno di una coltellata di un marito geloso, crossò perfettamente di sinistro mettendo la palla sulla testa di Oscar Bernardi, bello, biondo, alto, che impattò con potenza e precisione, con la certezza del gol, del pareggio e della qualificazione; quando il pallone stava per entrare in porta nel silenzio pieno di ansia e di speranza dello stadio, veloce, inesorabile; quando si tuffò all’indietro, alla sua sinistra, lui che odiava tuffarsi, e prima con la sinistra, poi con tutte e due le mani lo fermò proprio sulla linea di porta, in bilico fra la tragedia e il trionfo…

forse Zoff in quel momento si scordò di avere quarant’anni, e si scordò del Sarrìa, dell’arbitro, dei compagni, del pubblico e degli avversari: era bambino, e si stava semplicemente accartocciando sopra un pallone nel campo pieno di margherite di Mariano del Friuli.

Forse Zoff, abbracciando quel pallone, sdraiato sull’erba del Sarrìa, si riposava.

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Bruno Confortini

Avrei voluto essere Einstein o Maradona (soprattutto Maradona), ma non è andata così. Giornalista pubblicista, scrittore di storia locale, biografie sportive, racconti, poesie e haiku, vivo in Mugello, lavoro a Firenze.

Scheda bibliografica

Libri di storia:

Ha curato(con Francesco Nocentini) la ristampa di “Comunista non professionale”,Comune di Firenze, 2005; “Da San Frediano a Mauthausen” ,Comune di Firenze, 2007; Ha collaborato al volume di AAVV “Monte Giovi. Se son rose fioriranno”, Polistampa, 2012.

Libri di sport:

“Club Ciclo Appenninico 1907. Il lungo diario di una secolare storia sportiva”, Tip. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2007 (in collaborazione con Aldo Giovannini); “Grande Vigna! Sandro Vignini, il ragazzo e il calciatore”, Pugliese Editore, Firenze, 2009; “L’angelo biondo di Vicchio. Guido Boni, una storia degli anni ’50”, Geo Edizioni, Empoli, 2014; “Scommetto di no” (raccolta di racconti) Meligrana Editore, 2016; “ Mugello e Val di Sieve in rosa”, Geo Edizioni, Empoli, 2017.