Era notte fonda quando uscii di nuovo dal tunnel di Eintein-Rosen precipitando nella brughiera .
Dopo essermi rialzato da terra tutto coperto di muschi e licheni scoprii d’essere finito in una foresta fitta, tagliata in due da una strada sterrata che si inerpicava da qualche parte alla mia destra. Un rumore caratteristico di un calesse tirato da cavalli mi giunse da un centinaio di metri davanti a me: poco dopo li vidi apparire, erano in tre e uno di questi aveva un aspetto assai poco rassicurante. Dalla mia sinistra arrivò un ululato d’un lupo lontano, dalla mia destra ululò il castello.
Sì perché c’era proprio un castello al di là dal fiume e tra gli alberi. In realtà a ululare non fu il castello ma tutti gli occupanti del calesse, precipitati nel fiume causa la rottura di un ponticello fatiscente.
Li trovai immersi a mezza vita nell’acqua gelida e così li aiutai a uscire dall’acqua lasciando che i cavalli, alleggerito il carico, si liberassero da soli.
Erano due uomini e una donna, tale Mary Shelley.
Il cocchiere era uno sciagurato e bitorzoluto ranocchio ossequioso mentre l’altro m’apparve più un professore di Harward caduto in disgrazia.
Dopo avermi ringraziato, il professore m’invitò a cambiarmi d’abito e a rifocillarmi ospitandomi nel suo castello che m’apparve davanti, spaventosamente tetro come in un film di Mel Brooks.
Vi incontrai la governante, un incrocio fra una perpetua e la strega di Biancaneve e ricordo che a nominarla, i cavalli nella stalla ululavano di terrore, mentre i lupi nella foresta, nitrivano disperati. Insomma, tutto il castello e i suoi occupanti era immerso in un’atmosfera tetra e umida tanto da far gelare il naso; dopo una cena piuttosto silenziosa e senza cordialità i miei ospiti s’accomiatarono e io disparvi nella mia stanza, ritirandomi in un angolo oscuro del maniero.
Ma fu quando m’alzai in piena notte per fare pipì che, girando per gli oscuri corridoi, impattai contro il professore urlante, scambiando con lui il volto, come da foto.
Approfittai dello sgomento dell’uomo per avvolgere con il logo del sito, come da rituale consolidato, il corpo del gigante risvegliato.
E questo è quanto.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.

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Lo Yeti